T.Miike, Audition (1999)
Tutto il Giappone è solo
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L’aspetto più evidente del suo cinema
è la violenza oltraggiosa
(M.Dalla Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente)
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Audace, brutale, ha ridisegnato il genere attraverso i decenni
(ilcinematografo.it)
Takashi Miike, ovvero: dell’eccesso e dello spiazzamento. Regista cult a casa sua e qui in occidente, Miike è un Maestro riconosciuto del cinema di genere, in particolare l’horror e lo yakuza movie. Audition (dal romanzo del “genio del male” Ryū Murakami) va senz’altro considerato come uno dei film che hanno fondato il J-horror alla fine dello scorso millennio insieme a Ringu, Pulse (Kairo) e alla saga di Ju-On: ma quello che ne fa un unicum nella variegata produzione horror giapponese durante il cosiddetto “decennio perduto” (gli anni ’90) è la struttura della narrazione, che per tre quarti della storia procede quasi come una commedia romantica per poi esplodere in un finale memorabile, sadico e granguignolesco, che lascia del tutto spiazzati di fronte ad uno smascheramento delle convenzioni e dell’illusorietà dei buoni sentimenti che definire oltraggioso è fin troppo generoso.
In breve: Aoyama, vedovo da sette anni, sente che il tempo passa e decide che non vuole invecchiare da solo, così chiede all’amico Yoshikawa (sono entrambi produttori cinematografici) di organizzare un finto provino per un film (che non si farà mai) in modo da potere “scegliere” la moglie ideale tra le tante giovani aspiranti attrici che si presentano. Leggendo i curriculum e le note che li accompagnano, Aoyama resta colpito da Asami, una giovane dalla bellezza eterea che egli inizia, ricambiato, a corteggiare. Ma Asami, così angelicata e sensibile, vuole un amore esclusivo, totale, mentre Aoyama ama visceralmente il figlio adolescente e non ha ancora del tutto dimenticato la moglie. E poi: come mai non si riesce a trovare nessuno che possa confermare le referenze della ragazza? perché Asami, in uno stato quasi catatonico, passa ore seduta in uno squallido appartamento limitandosi a fissare il telefono in attesa di una chiamata di Aoyama? cosa/chi c’è in quel sacco ben chiuso che improvvisamente si scuote allo squillare dell’apparecchio telefonico?
Se si dovesse indicare con una sola parola l’atmosfera, il tono emotivo del film, la parola esatta sarebbe “straniante”: assistiamo per quasi un’ora e mezza a una storia come ce ne sono tante, quasi banale, quella di un uomo avanti negli anni distrutto dal dolore di una perdita, l’innamoramento inaspettato, il corteggiamento a suon di inviti romantici a cena, le conversazioni insignificanti e imbarazzate, la ritrosia e la timidezza di una ragazza che ha avuto un passato difficile…insomma, tutta roba trita e ritrita, anche se qualche indizio qua e là Miike lo semina (Asami indossa lunghe vesti bianche e porta i lunghi capelli neri sciolti, secondo la classica iconografia degli yūrei, gli spettri vendicativi della tradizione giapponese. Ricordate la Sadako di Ringu?) e l’amico Yoshikawa invita il maturo vedovo a non avere fretta di convolare a nozze perché qualcosa non gli torna. Ma tant’è, al cuor non si comanda e quando la fragile e diafana figura di Asami penetra di nascosto nell’appartamento di Aoyama indossando un grembiule da macellaio e poi estrae dal borsone una siringa e un filo d’acciaio con un sorrisino non precisamente rassicurante…beh, a quel punto è troppo tardi per tirarci indietro, diciamo solo che il successivo quarto d’ora è il corrispettivo filmico di un’epifania, è il disvelamento dell’orrore, della verità sottesa alle convenzioni patriarcali, dello smarrimento esistenziale di una società sull’orlo dell’abisso, non solo economico-produttivo. Asami da vittima si fa carnefice: è stata osservata, radiografata, “spogliata” dall’occhio maschile durante il provino, è stata molestata da bambina da un laido maestro di danza, ha provato l’inferno in terra, è una figlia dell’abuso; adesso, di fronte alla sua richiesta di amore assoluto e alle esitazioni di Aoyama, il dolore e la rabbia che scaturiscono da una serie di “reificazioni” di cui è stata oggetto nonché il senso di solitudine che ne è derivato, esplodono in una violenza emancipatoria, esasperata e insostenibile allo sguardo. Asami sovverte l’ordine costituito, è stata “scelta” per fare la buona moglie, forse anche la buona madre, si è presentata nella sua “forma” di giovane remissiva e obbediente: e così, il maschio è nel sacco, letteralmente e metaforicamente. Eva sarà anche stata la costola di Adamo, ma Asami non ha alcuna esitazione a rimettere in discussione la gerarchia sociale di una civiltà più che millenaria. E lo fa con mezzi che non lasciano scampo. Come il film di Miike, eretico e imperdibile…

Audition (Odishon)
Regia: Takashi Miike
Distribuzione: Giappone 1999 (col., 115’). Disponibile su MUBI
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Il romanzo:
Ryū Murakami, Audition, Atmosphere Libri 2023
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Per saperne di più:
M.Dalla Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente, UTET 2010
G.Tani, Sadako e i suoi fratelli. Leggende urbane e Yokai nel cinema giapponese, Kappalab 2025

