T.Shimizu, Ju-On (2002)
Un passato truce che riaffiora nel presente
come una scheggia impazzita,
colpendo senza pietà chiunque le si avvicini
(M.Dalla Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente)
Ju-On (lett., rancore) è il primo film di una lunga saga a essere stato pensato e girato per il cinema. Come sanno bene gli appassionati del genere, il regista Takashi Shimizu ha girato due film per la tv giapponese (conosciuti come Ju-On: the Curse 1 e 2), questo Ju-On e il suo sequel (Ju-On 2) e poi i due remake americani (The Grudge 1 e 2). Come per Ring, la situazione di partenza – la sete di vendetta dei fantasmi di madre e figlio (e gatto) brutalmente uccisi dal marito di lei – si presta ad una possibilità di variazioni pressoché infinita; anche nel film di Shimizu, come in quello di Nakata, il genere horror esprime al meglio la sua quintessenza, quella di riportare alla luce il “rimosso”, il passato violento che torna e colpisce senza pietà i vivi; infine, come nella storia di Sadako, anche in Ju-On è centrale il tema della famiglia e dei suoi scompensi dovuti soprattutto alla grande crisi economica che ha piegato il Giappone negli anni ’90 (violenza domestica, abbandono di bambini e anziani, perdita di autorità della figura maschile).
La storia è, ancora una volta, quella di una maledizione: i fantasmi della madre Kayako e del figlioletto Toshio, vittime della violenza del pater familias Saeki in un impeto di gelosia, perseguitano e fanno sparire dalla faccia della terra – o rendono pazzi di terrore – non solo tutti quelli che hanno la sventura di andare a abitare in quella che era la loro casa ma chiunque, anche alla lontana, abbia qualcosa a che fare con i suoi sfortunati inquilini (amici, parenti, compagni di scuola, insegnanti, assistenti sociali, ispettori di polizia). Il film non ha una struttura narrativa cronologica e coerente ma è scandito da una serie di capitoli ognuno dei quali segue un personaggio che entra nell’abitazione: da qui in poi, il destino del disgraziato, fuori o dentro la casa, è segnato…
La vicenda si dipana lentamente, senza scossoni o jumpscare tipici dell’horror occidental-hollywoodiano, con quel lento ma implacabile incedere della trama che contribuisce a creare l’angosciante senso d’attesa che è poi la cifra stilistica tipica del J-horror. Insomma, guardare questo film significa anche fare i conti con – e apprezzare – un altro tipo di estetica cinematografica, che preferisce rallentare invece di aumentare il ritmo delle sequenze “forti”, quelle in cui appaiono i due spettri: un approccio statico, essenziale, minimalista che non nuoce al genere, anzi ne enfatizza i caratteri. Ineluttabilità, spietatezza, mancanza di ogni via d’uscita: entra in quella casa e sei fregato. La stessa struttura “a puzzle” del film, con i suoi personaggi che si incontrano, si sfiorano e si perdono, rimanda alla condizione di solitudine e incomunicabilità dell’uomo contemporaneo, tanto più in un paese come il Giappone dove l’etica del lavoro, dell’obbedienza alla gerarchia e della produttività ad ogni costo producono alienazione e isolamento.

Girato con bassissimo budget, senza effetti speciali, quasi tutto girato in interni, con un make-up ridotto al minimo (e solo per i due fantasmatici e inquietanti protagonisti), Ju-On ci piace perché restituisce il senso di un cinema artigianale, dove a contare non sono i grandi mezzi ma la professionalità e la “fisicità” degli attori (guardate solo come si contorce la povera Kayako quando striscia lungo le scale dell’appartamento). E comunque, prima di infilare la testa nell’armadio che avete in soffitta, verificate che non ci siano ospiti indesiderati…
Ju-On: The Grudge (Ju-On)
Regia: Takashi Shimizu
Distribuzione: Giappone 2002 (col., 92’). Disponibile su MUBI
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Per saperne di più:
M.Dalla Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente, UTET 2010
G.Tani, Sadako e i suoi fratelli. Leggende urbane e Yokai nel cinema giapponese, Kappalab 2025

