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Japanese Ghosts from Internet

Posted on 29 Gennaio 202629 Gennaio 2026 By Lucio Celot

K.Kurosawa, Pulse-Kairo (2001)

Un distopico sguardo sulla società

dove la morte, sia simbolica che letterale, è onnipresente,

come esito finale del progresso tecnologico

(C.Balman, Japanese Horror Film)

Ho già fatto altrove qualche accenno alla tradizione giapponese del kwaidan, le storie di fantasmi (gli yokai) e demoni che, sempre presenti nella cinematografia nipponica (Racconti della luna pallida d’agosto, Kwaidan, Onibaba), hanno ritrovato nuova linfa nel J-horror, il genere che ha maggiormente contribuito non solo al successo commerciale ma anche ad un certo ritrovato prestigio del Nuovo cinema giapponese. È un cinema che rinuncia ai facili effetti gore o splatter per “lavorare sul rimosso, sulle colpe che riaffiorano in forme mostruose, su inquietanti atmosfere psicologiche e ambientali”, come scrivono Dalla Gassa e Tomasi nella loro monografia sul cinema orientale dell’ultimo quarantennio. Dinamiche familiari (Ju-on) e nuove forme di comunicazione (Ringu) sono il contesto entro il quale registi come Nakata, Shimizu e Kurosawa (nessuna parentela con Akira) hanno rinnovato il genere innestandolo, negli anni Novanta del secolo scorso, sulle conseguenze psicologiche della grave crisi economica in cui sono sprofondate l’economia e la società giapponese.

Il regista Kiyoshi Kurosawa

Kairo (lett.: circuito) esemplifica perfettamente la poetica di Kurosawa, fatta di spazi desolati e abbandonati, personaggi afflitti da un ineluttabile senso di solitudine e precarietà esistenziale; sul piano registico, questa poetica si traduce in lunghi piani-sequenza e in una fotografia spesso caratterizzata da toni plumbei e sgranati, quasi a testimoniare da un punto di vista formale l’ambiguità e l’indeterminatezza della realtà. Il film è una storia di fantasmi, né più né meno, tradotta su un piano metafisico e di riflessione insistita sul tema della morte, dell’aldilà e delle nuove tecnologie: girato nel 2001, agli albori del web, Kairo si fonda sull’idea che i fantasmi (o le anime, o le coscienze individuali) vivano in uno spazio “altro” che nell’arco dei millenni di storia (e di morte) degli uomini diventa sempre più angusto al punto che ad un certo punto essi sono costretti a ritornare nel mondo dei vivi o a manifestarsi per il tramite di oggetti comuni, come un nastro isolante rosso usato per sigillare una misteriosa stanza o i cavi delle connessioni internet. Così, in una metropoli (Tokyo?) che progressivamente appare sempre più deserta e oppressa da un cielo di piombo, può accadere che alcuni giovani incontrino queste anime di trapassati afflitte dalla solitudine che chiedono loro aiuto: “per sempre la morte è solitudine…aiutami…aiutami” è il disperato grido delle ombre, nere e fluttuanti come macchie d’inchiostro impresse sui muri delle case in cui si manifestano. I fantasmi di Kurosawa si mostrano, non richiesti, sugli schermi dei pc, appaiono improvvisamente tra gli scaffali di una biblioteca pubblica e inducono al suicidio chi ha la sventura di incontrarli. Molto prima che in Giappone si diffondesse quella forma di disagio psicologico e sociale noto come la sindrome hikikomori, la sensibilità profetica di Kurosawa descrive un mondo di giovani distanti gli uni dagli altri, privi di legami sociali e affettivi, senza famiglia, disinteressati ad ogni forma di sessualità e privi di identità: solo Kawashima, il giovane protagonista alla ricerca di una spiegazione di quanto sta accadendo, comprende che “siamo tutti separati, le persone non si connettono mai completamente”. Ma è troppo tardi, l’epidemia di solitudine che sta decimando l’umanità è inarrestabile e, quel che è peggio, la stessa malattia che ci affligge da vivi (la pazzia? la depressione?) non ci risparmierà nemmeno da morti.

Un fotogramma del film: la macchia sul muro, residuo inquietante e impalpabile della manifestazione fantasmatica

Tecnofobia e sociopatia, apatia esistenziale e paura del futuro, alienazione urbana e dramma dell’incomunicabilità si fondono nell’horror metafisico di Kurosawa, regista che guarda con interesse alle nuove generazioni e non a caso è diventato un punto di riferimento per tutti i giovani cineasti giapponesi del terzo millennio. Più che le ferite del corpo, sono quelle dell’anima – individuale e sociale – a fare del J-horror un territorio privilegiato di interrogazione del disagio contemporaneo, non solo in Oriente ma anche qui a casa nostra.

Kairo (Pulse) (id.)

Regia: Kiyoshi Kurosawa

Distribuzione: Giappone 2001 (col., 114’). Disponibile su MUBI

***

Per saperne di più:

M.Dalla Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente, UTET 2010

G.Tani, Sadako e i suoi fratelli. Leggende urbane e Yokai nel cinema giapponese, Kappalab 2025

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