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L’orrore nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Posted on 4 Gennaio 202629 Gennaio 2026 By Lucio Celot

Ring (H.Nakata, 1998)

Liberatosi dai cascami dello splatter,

il J-horror, a partire dai film di Nakata Hideo,

si è imposto per la sua capacità di lavorare sul rimosso,

sulle colpe che riaffiorano in forme mostruose

(M.Della Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente)

La storia dello spirito di Sadako, a quasi trent’anni dalla sua prima apparizione, è più che nota: assassinata dal padre a causa dei suoi incontrollabili poteri medianici che le consentono di uccidere con la sola forza del pensiero, Sadako, il cui corpo gettato in un pozzo non è mai stato ritrovato, si vendica per mezzo di un enigmatico filmato registrato su VHS che uccide dopo una settimana esatta chiunque abbia la sventura di guardarlo. I volti delle vittime, apparentemente colpite da infarto, appaiono stravolti dal terrore. Quando la giornalista Reiko Awasaka, impegnata in un’indagine sulle misteriose morti, si rende conto che anche suo figlio Yōichi ha visionato il letale filmato, inizia insieme all’ex marito Ryūji una disperata ricerca che la porterà a scoprire le origini della maledizione e a dare sepoltura ai resti di Sadako appena in tempo per salvare il figlioletto. Ma basterà questo per porre fine alla maledizione della VHS?

            Lunghi capelli neri e veste bianca come vuole la tradizione del kaidan (il racconto di fantasmi giapponesi: ne ho parlato già sulle pagine di pausacaffepansini.it), Sadako è ormai un’icona dell’immaginario horror non solo orientale, un personaggio che coniuga modernità e tradizione nell’affidare la diffusione della propria maledizione alla tecnologia: senza voler dire troppo per non rovinare la sorpresa a chi ancora non avesse visto il film, è la possibilità virtualmente infinita della sua riproduzione che fa della misteriosa videocassetta la chiave della trama. Tratto dal fortunato romanzo di Kōji Suzuki, Ring non ha praticamente nulla dell’horror convenzionale: niente jumpscare, niente sangue, niente effettacci gore o sonori, solo l’affannosa quest di una madre che, se non fosse per l’unica, terrificante apparizione di Sadako rediviva, ridurrebbe la storia ad un thriller qualunque. Invece, gli inserti in bianco e nero che raccontano le vicende familiari della piccola Sadako, la rappresentazione di una tecnologia vissuta come alienazione, l’idea sottesa allo script di una maledizione sovrannaturale che si diffonde come un virus incontrollabile dagli effetti più che reali nonché il dilemma morale di Reiko con cui si conclude, danno al film di Nakata quel carattere di “horror suggerito, di atmosfere inquietanti, di apparizioni fugaci e spaventose” che ne fanno a ragione l’esempio più significativo del genere J-horror.

            Insieme a Takashi Shimizu (la saga di Ju-on) e Kiyoshi Kurosawa (Cure, Pulse), Hideo Nakata (suo anche Dark Water, tratto sempre da un romanzo di Suzuki) ritrae un Giappone contemporaneo in preda a elementi di disagio ben riconoscibili: la dissoluzione della famiglia, l’abbandono e l’isolamento dei più giovani, il senso di straniamento e alienazione causati dall’etica del lavoro (il piccolo Yōichi è spesso lasciato solo da Reiko), i rapporti sociali caratterizzati da freddezza e distacco, la tecnologia considerata non solo come causa ed effetto di progresso ma anche come via d’accesso del Male nel nostro mondo.

L’apparizione di Sadako, l’inquietante spirito di Ringu

I due remakes hollywoodiani (uno dello stesso Nakata) preferiscono puntare invece sugli stilemi tipici dell’horror e nulla aggiungono all’originale e all’idea di una “proliferazione simulacrale” che agisce come un virus su chiunque entri in contatto con la videocassetta maledetta. E proprio in questo sta l’innegabile “classicità” del film, nel suo rammentarci ancora oggi, trent’anni dopo la sua uscita, quanto grande sia il rischio di una tecnologia spersonalizzante che continua a espandere i suoi orizzonti. La bianca veste di Sadako continuerà ancora per molto a turbare i nostri sogni…

Ring (Ringu)

Regia: Hideo Nakata

Distribuzione: Giappone 1998 (col., 95 ’). Disponibile su MUBI

Qui il “dossier Ring” del Cineocchio

Per saperne di più:

M.Dalla Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente, UTET 2010

G.Tani, Sadako e i suoi fratelli. Leggende urbane e Yokai nel cinema giapponese, Kappalab 2025

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