S.King, Carrie (1974)
Che scriva di mostri umani o non umani,
King parla sempre di persone.
(G.Beham, Il Grande Libro di SK)
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Io ho creato Carrie,
e Carrie ha creato me.
(SK)
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Nel suo crudo ritratto […] del vuoto nella vita
di un’adolescente ai margini,
è difficile da superare.
(M.Collings, The SK Companion)
La storia – anzi, la leggenda – è nota: a ventiquattro anni King tenta di scrivere il suo primo romanzo, dopo avere pubblicato alcuni racconti, ma si trova subito in alto mare perché quando inizia a scrivere le prime pagine su una ragazzina di sedici anni bullizzata e dotata di poteri telecinetici si trova da subito “in un ambiente completamente estraneo, la doccia di uno spogliatoio femminile. Non ne sapevo un cazzo delle studentesse di liceo”. Prende i fogli, li appallottola e li butta nel cestino. Poi, la moglie Tabitha ripesca i fogli, li legge, li rimette in mano al marito e lo invita ad andare avanti…L’anno dopo, il libro vende un milione di copie nel formato tascabile e l’anno dopo ancora, nel 1976, Brian De Palma dà a Sissy Spacek il volto di Carrie e fa diventare King un “marchio” che cinquant’anni dopo ancora resiste, quello di Re dell’horror letterario.
Carrie White è una ragazza di sedici anni con poteri telecinetici di cui diventa pienamente cosciente solo quando viene letteralmente sorpresa dalle sue prime mestruazioni mentre si fa la doccia insieme alle sue compagne di liceo dopo la lezione di educazione fisica: sua madre Margareth è una fanatica religiosa cristiana che della vita non le ha insegnato nulla, tranne che la donna e il suo corpo sono la causa prima del male nel mondo. Così, Carrie, un’adolescente disadattata suo malgrado già ampiamente bullizzata in tutto il liceo, crede di stare per morire dissanguata ed è fatta oggetto di un copioso lancio di assorbenti nello spogliatoio della scuola da parte delle compagne. Una di queste, Sue, pentita del gesto e a titolo di risarcimento personale, convince il proprio fidanzato ad accompagnare Carrie al ballo di fine anno, dove il precipitare degli eventi scatenerà il potere di Carrie in tutta la sua spaventosa capacità distruttiva.

La rabbia, il corpo, l’adolescenza. Nel suo primo romanzo (ma in origine un racconto che poi King ha integrato con finti articoli da riviste scientifiche e interviste ai sopravvissuti all’ekpyrosis finale), il Re non nasconde il suo tributo a certa letteratura “popolare” degli anni ’70, tra cui L’esorcista di W.P.Blatty e Rosemary’s Baby di I.Levin, non a caso due romanzi che divennero altrettanti film di successo e inaugurarono il filone dell’horror occulto al cinema. Tuttavia, Carrie contiene qualcosa in più rispetto alla letteratura mainstream dell’epoca, ed è lo sguardo attento dell’autore sul bullismo e il sadismo degli adolescenti nonché sugli effetti nefasti del fanatismo religioso.
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Quando King parla degli adolescenti, alla parola “sadismo” aggiunge spesso l’aggettivo “quotidiano” (everyday sadism), intendendo che si tratta non di un atteggiamento per così dire rapsodico o eccezionale ma, al contrario, banale, quotidiano, quasi routinario; e questo sadismo non si manifesta in Carrie solo attraverso gesti eclatanti, come il lancio degli assorbenti al grido di “Tappati!” o lo “scherzo” finale dei due secchi pieni di sangue di maiale ma, piuttosto, attraverso il conformismo di gruppo di chi guarda alla violenza perpetrata sugli invisibili e sugli emarginati come ad uno spettacolo nei confronti del quale è bene astenersi da ogni giudizio morale. La violenza e il bullismo, se anche nascono da un unico carnefice, possono proliferare e crescere solo attraverso un gruppo che “normalizza” tali comportamenti. Insomma, in Carrie il mostro non è la ragazzina che cerca disperatamente di diventare una “normale” adolescente americana liberandosi dal soffocante giogo materno e non lo è nemmeno la telecinesi; è, piuttosto, una palestra piena di giovani studenti che si divertono “marcando” con il sangue la diversità della povera Carrie la cui terribile e rabbiosa vendetta finale, dice King, “riscuote l’approvazione di tutti i liceali vittima dello scherzo dei pantaloncini calati durante l’ora di educazione fisica”. Per questo, dopo cinquant’anni, Carrie viene ancora letto e adattato (questo autunno su Amazon Prime è prevista una serie tv), perché racconta di qualunque comunità e di qualunque scuola in qualunque parte del mondo in cui il conformismo fa del diverso un bersaglio da colpire. In questo senso, i mostri e i fantasmi esistono, rimarca il Re, perché esistono dentro di noi. Siamo noi, il nostro inconscio collettivo. Carrie è il romanzo di una costruzione collettiva dell’identità: sei quella diversa, sei quella strana, non azzardarti a voler essere come noi…
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Carrie, per chi non lo sapesse, è ancora oggi nella black list dei libri banditi in molte scuole americane fin dal 1974, l’anno della pubblicazione. Sessualità adolescenziale, metamorfosi del corpo e fanatismo religioso, questi i motivi per cui bravi genitori e bravi docenti (!) tengono lontani i propri figli dal libro di King, nato e cresciuto nel Maine, stato del New England, la regione a nord della East Coast dove approdarono i primi Padri Pellegrini. Sarà per questo che i suoi libri pullulano di considerazioni sulla colpa, il peccato, il giudizio divino, la possibilità della redenzione: c’è molto Dio e molta religione in King, ma occhio a non scambiare per ateismo o anticlericalismo la prospettiva dello scrittore che è, invece, quella di un’attenta critica al fanatismo religioso in tutte le sue declinazioni.
Margareth White, la madre di Carrie, è l’esempio emblematico di quanto nefasta possa essere un’educazione all’insegna della religione intesa come espiazione del peccato originale: tutto è peccato, il corpo, la sessualità, la femminilità, il desiderio. Soprattutto il corpo, e Margareth Atwood parla di Carrie come di un’immersione nell’inconscio collettivo di un’epoca che inizia a fare i conti con il movimento di emancipazione femminile in America. Carrie viene cresciuta dalla madre all’insegna dell’odio e del disprezzo di sé in quanto donna: la prima, inaspettata mestruazione della ragazza diventa lo stigma della possessione diabolica, del Male che si incarna in una ragazzina in grado di spostare gli oggetti, di fare piovere pietre o di appiccare incendi con la sola forza della mente. Margareth non ci fa pena, non suscita commiserazione per la sua ignoranza: al contrario, ci fa paura per la sua assolutizzazione di un credo interiore che si fa Verità Assoluta e, di conseguenza, pretesa di controllo sulla figlia. Anche da questo punto di vista possiamo dire che Carrie non è un mostro ma lo diventa agli occhi di una madre sessuofobica, incapace di provare pietà e misericordia e che non esita a punire la figlia picchiandola e rinchiudendola per intere giornate in un angusto e buio sgabuzzino.
Il confronto finale tra Margareth e Carrie è tra un’invasata che crede di dovere uccidere “il demonio che è entrato in casa” e colei che altro non è che il riflesso del suo fanatismo e senso di colpa per averla messa al mondo, l’agnello sacrificale scelto dalla comunità come capro espiatorio. Margareth combatte contro il cambiamento del corpo di Carrie che comporta anche una metamorfosi identitaria, le mestruazioni che aprono il romanzo sono il segno di un passaggio di Carrie in un mondo in cui è finalmente donna ma continua a essere trattata come un mostro. E non a caso il romanzo inizia e finisce nel sangue: il primo è quello dell’ingresso nella vita adulta, il secondo è un marchio d’infamia impresso da un’intera comunità; nel mezzo, lo sguardo che decide chi è il mostro e chi no. L’Incubo Americano inaugurato da Carrie non è il sovrannaturale ma una civiltà che costruisce i propri mostri e poi si terrorizza quando questi si ribellano.
Stephen King, Carrie, Bompiani 2017
Qui qualche anticipazione sulla serie tv in autunno su Prime Video

