Skip to content
lucio celot visioni, letture, immaginario
le Storie che restano le Storie che restano

un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

  • Home
  • le storie lette
    • libri
    • graphic
  • le storie viste
    • cinema
    • serie Tv
  • le storie del Re
  • Chi sono
le Storie che restano
le Storie che restano

un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

“Chinatown”, crepuscolo e resurrezione della detective’s story

Posted on 24 Ottobre 202624 Ottobre 2026 By Lucio Celot

R.Polanski, Chinatown (1974)

Chinatown è un film sugli anni’30,

ma visto con gli occhi dei ’70.

(R.Polansky)

Quando il detective è impotente,

allora il mito è definitivamente esaurito.

(D.Lyons, “Film Comment”)

Tra gli anni ’60 e ’70 il cinema hollywoodiano attraversò una “fase rétro“, ovvero la tendenza a confrontarsi con i generi del cinema classico sia per riproporli nostalgicamente – anche se in una chiave più moderna e attuale – che per demitizzarli e decostruirli. Chinatown, che secondo la critica è uno dei migliori film di Roman Polanski, rilegge la figura del private-eye, il detective privato, utilizzando entrambe le prospettive, quella dell’evocazione nostalgica e quella della de-mitizzazione di uno degli eroi archetipici preferiti dalla tradizione cinematografica americana. L’America degli anni ’70 sta vivendo il tramonto del proprio mito, il Vietnam si è rivelato un pantano inestricabile e nello stesso anno in cui esce il film, il presidente Richard Nixon è costretto a dimettersi a causa dello scandalo del Watergate; Polanski, con tutto il pessimismo della sua poetica, sembra il regista più adatto per girare un film che è, tra le altre cose, l’elegia di un genere cinematografico, la detective’s story. Ritroviamo la stessa, paradossale, operazione, e cioè restituire al detective privato l’aura mitica nel momento stesso in cui lo si dichiara sconfitto, in altre due magistrali riletture “neo-chandleriane”, Marlowe poliziotto privato (1975) di D.Richards e Il lungo addio (1973) di R.Altman (rispettivamente, con Robert Mitchum e Eliott “faccia da schiaffi” Gould).

Roman Polanski

Los Angeles, 1937: è il decennio del decollo urbanistico di Los Angeles e del conseguente sfruttamento senza scrupoli dell’ambiente naturale (il film si ispira alla cosiddetta “guerra dell’acqua” tra le autorità cittadine e gli agricoltori della Owens Valley). Il detective privato J.J. Gittes (Jack Nicholson), specializzato in casi di infedeltà coniugale, viene ingaggiato da una misteriosa donna che si presenta come Evelyn Mulwray (la “vera” Evelyn è Faye Dunaway) per indagare sul marito, Hollis Mulwray, potente ingegnere a capo del servizio idrico cittadino. Ma quando l’uomo viene trovato morto in un canale d’acqua dolce con i polmoni pieni di acqua salata, Gittes scopre di essere stato manipolato e si ritrova invischiato in una rete di corruzione, speculazioni immobiliari e segreti familiari al cui vertice c’è Noah Cross (John Huston), padre di Evelyn. L’indagine lo porterà a scoperchiare un vaso di Pandora in cui interessi economici e politici si intrecciano con violenze e tragedie private, per concludersi drammaticamente nel quartiere di Chinatown, dove “non si sa mai chi è un criminale e chi non lo è, e per questo motivo è sempre consigliabile non fare niente.”

Roman Polanski, ovvero della crudeltà e dell’assurdo: formatosi sui testi di Schopenhauer, Nietzsche, Sartre e Kafka, il regista trova nella detection story la forma adatta per dare voce al proprio pessimismo, qui incarnato da un Jack Nicholson in stato di grazia, candidato all’Oscar come migliore attore protagonista. Jack Gittes tenta il tutto per tutto per salvare Evelyn e la figlia dal Padre-Orco, corrotto e incestuoso, senza riuscirci: la Chinatown in cui si consuma il finale tragico è il luogo del Male, la cui violenza, secondo Polanski, è un dato oggettivo, ordinario e banale (e certamente in questa visione del Male come ineliminabile condizione storica giocano anche i fattori biografici: Polanski non solo visse l’infanzia nel ghetto di Cracovia ma, come è noto, durante la prima permanenza a Hollywood nel 1969 la giovane moglie del regista, l’attrice Sharon Tate, fu massacrata nella loro villa di Cielo Drive da alcuni adepti invasati della “famiglia” di Charles Manson). Questo spiega anche perché, rispetto alla sceneggiatura originale, che prevedeva un happy end, Polanski impose un finale senza alcuna forma di consolazione, con il villain che sopravvive impunito e le vittime che soccombono.

La rilettura del noir classico passa anche attraverso le precise scelte di Polanski per quanto riguarda la fotografia e l’ambiente in cui si muovono i personaggi. Se, come scrive Paul Schrader nelle sue Notes on film noir, sono “il tono e l’atmosfera” a fare di un film un noir, l’ambientazione metropolitana ne è la conditio sine qua non, il prerequisito essenziale: tentacolare, notturna, con le sue strade rese lucide dalla pioggia, corrotta, tentatrice, autentico labirinto spaziale e coscienziale dentro cui il detective si affanna a cercare la verità. La California di Chinatown è, al contrario, assolata, arida, accecante; e lo spazio attraversato da Gittes nella sua quest è solo in parte quello metropolitano (peraltro quasi sempre dentro spazi chiusi): la sua indagine si svolge tra gli aranceti che stanno morendo a causa della crisi idrica, tra paesaggi rurali e letti di fiumi asciutti. Da qui, la tonalità dominante del film, un giallo-beige che rende monocromatico un film “a colori”. Il netto contrasto luce/ombra tipico del noir classico, ottenuto con tecniche di basso livello di illuminazione, viene sostituito dalla luce dorata e dal blu intenso del cielo californiano.

Il blu del cielo, il bianco degli edifici: Nicholson-Gittes durante la sua indagine

La vera sconfitta di Gittes-Edipo (Los Angeles è come Tebe, afflitta dalla peste della siccità) non consiste nell’incapacità di scoprire la verità: al contrario, è proprio quando finalmente riesce a ricostruire il complesso disegno criminale che comprende quanto sia inutile la propria impresa. Nel noir classico, la detection prometteva almeno la possibilità di ricomporre il disordine, di ricondurre il male a una responsabilità individuale e di ristabilire almeno una parvenza di ordine. In Chinatown, invece, la verità non libera, non riscatta e non ripara: il potere che l’ha prodotta e occultata è troppo radicato perché possa essere sconfitto da un uomo solo, per quanto ostinato e intelligente. Noah Cross sopravvive, Evelyn muore, la figlia scompare nelle mani del Padre-Orco e Gittes resta spettatore impotente della tragedia. La celebre battuta finale, “Lascia perdere, Jake. È Chinatown”, non è soltanto la constatazione amara di una sconfitta individuale: è la dichiarazione di fallimento di un’intera concezione della giustizia. Il detective ha trovato la verità, ma il mondo non è cambiato. Chinatown consuma qui la sua definitiva rottura con il Mito americano: non nell’impossibilità di distinguere il Bene dal Male, ma nella consapevolezza che riconoscere il Male non basta a fermarlo.

Roman Polanski, Chinatown (id.), USA 1974 (col., 130′)

Per la stesura dell’articolo ho consultato l’illuminante libro di S.Alovisio Roman Polanski. Chinatown, Lindau 2002

cinema le storie viste Chinatownclassici da rivedereLucio CelotnoirRoman Polanski

Navigazione articoli

Previous post

Related Posts

le storie viste

A Bly Manor nessuno sa più chi è vivo e chi è morto

Posted on 8 Gennaio 202626 Aprile 2026

The Haunting. Bly Manor (USA 2020) Dopo L’incubo di Hill House della Jackson (qui la mia recensione), Mike Flanagan si cimenta con un mostro sacro della letteratura americana, Henry James e il suo Giro di vite (1898), “storia di fantasmi” che vede protagonisti due bambini, Flora e Miles Wingrawe, fratelli…

Read More
cinema

C’è del metodo in questa smemoratezza

Posted on 21 Aprile 20262 Agosto 2026

C.Nolan, Memento (2000) Nel suo fondamentale testo sul cinema del terzo millennio, F.Marineo riflette sull’espressione “losing the plot” (perdere la trama), modo di dire che, sia pure usato prevalentemente in ambito medico a indicare una condizione patologica della memoria, può essere utilizzato anche per indicare una strategia narrativa che accomuna…

Read More
le storie viste

Se la trama non ti è chiara ti aiuta l’app (ma solo negli USA)

Posted on 17 Marzo 202617 Marzo 2026

Steven Soderbergh è uno di quei registi-sperimentatori che nella loro carriera hanno attraversato tutti i generi cinematografici quasi sempre con grande successo di pubblico e critica: dal suo esordio nel 1989 (Sesso, bugie e videotape con cui si aggiudica la Palma d’Oro a Cannes), alla trilogia di Ocean’s (2001-2007) fino…

Read More

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • “Chinatown”, crepuscolo e resurrezione della detective’s story
  • “Drive”, favola contemporanea in forma di neo-noir
  • “Tempo di uccidere”: anatomia di un’autoassoluzione
  • Basel e Yuval, dittico di resistenza per una Palestina libera
  • Nouvelle Vague: il cinema prima di diventare Storia
  • “Sul lido putrido di Plutone”: vent’anni dopo, il ritorno di Jack Viaggiante
  • L’incredibile storia di Jack Viaggiante che flippò nei Territori
  • Il corpo e il sangue di Carrie: così iniziò l’esplorazione dell’Incubo Americano
  • Così fa il Re
  • Prima di Hitchcock, c’era Wilkie Collins

Adelphi Agatha Christie Alan Moore Amazon Prime Video anime AppleTv b-movies Charlie Kaufman classici da rivedere Corto Maltese crime dark fantasy DC Comics Disney+ distopie Dracula&Co Graham Greene Hideo Nakata horror Hugo Pratt I mondi incantati di Miyazaki J-horror John Carpenter kwaidan L'incubo di Hill House letteratura Lucio Celot Medioriente Michel Foucault Mike Flanagan Milo Manara Mubi neo-noir Netflix New Hollywood noir P.K.Dick sci-fi Sherlock Holmes Shirley Jackson Sky Sky Atlantic spy-story Stephen King Studio Ghibli The Haunting Trilogia dell'Apocalisse Vietnam War 50th war movies western

  • Ottobre 2026
  • Agosto 2026
  • Luglio 2026
  • Giugno 2026
  • Maggio 2026
  • Aprile 2026
  • Marzo 2026
  • Febbraio 2026
  • Gennaio 2026
  • Dicembre 2025

Siti amici

  • Pausa Caffè Pansini — blog del Liceo Pansini di Napoli
  • Carmilla — letteratura e cultura d'opposizione
  • Ondacinema — webzine cinematografica
  • Wired Italia — scienza, immaginario, cultura
  • Rollingstone Italia — news su musica, cinema, tv
  • Lipperatura — il blog di Loredana Lipperini
  • Giap — il sito ufficiale di WuMing
  • Fumettologica — fumetti e mondi pop
  • Cineteca di Bologna — conservare il patrimonio cinematografico
  • Quinlan — rivista di critica cinematografica
  • Seriangolo — le serie tv da non perdere

Questo blog è un sito amatoriale, non è una testata giornalistica e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.
Alcune delle immagini presenti nel blog sono prese dal web.
I copyright appartengono ai rispettivi proprietari.
Se ritieni che qualche contenuto debba essere rimosso, contattami tramite mail a luciocelot62@gmail.com.
Non sono responsabile del contenuto dei siti collegati tramite link, che potrebbe variare nel tempo.

© 2026 Le storie che restano
Il sito rispetta la normativa vigente in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679 – GDPR).
Privacy Policy – Cookie Policy

Visitatori

000285
Total Users : 285
Powered By WPS Visitor Counter

©2026 le Storie che restano | WordPress Theme by SuperbThemes