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Lacrime nere: benvenuti nell’abisso liquido di “Dark Water”

Posted on 29 Gennaio 202630 Gennaio 2026 By Lucio Celot

Nakata è tra i principali responsabili

della definizione dell’estetica del cosiddetto J-horror

(ilgiornodeglizombi.org)

Un’opera che espande la poetica del “fantasma bagnato”

in una direzione più intima,

dolorosa e psicologicamente devastante

(ilcineocchio.it)

Hideo Nakata torna, con Dark Water, sul tema che aveva già affrontato in Ringu, quello del fantasma vendicativo di una bambina e lo fa, esattamente come per il film che racconta la storia di Sadako, ispirandosi ad un racconto di Kōji Suzuki nel quale una madre da poco separata, Yoshimi, va a vivere con la figlioletta Ikuko in un vecchio stabile di un quartiere di Tokyo dove dovrà fare i conti con lo spettro della piccola Mitsuko, scomparsa nel palazzo qualche tempo prima e mai più ritrovata. Con un finale che esplicita quanto invece Suzuki preferisce lasciare all’immaginazione del lettore, Dark Water lascia allo spettatore un grande senso di malinconia e di pena nei confronti di una condizione infantile fatta di abbandono e trascuratezza da parte degli adulti, per i quali la priorità sembra essere piuttosto l’efficienza sul lavoro e la produttività a tutti i costi, anche al prezzo di frantumare l’unità familiare e dissolvere i legami affettivi.

L’acqua, come già in Ringu (il romanzo), è protagonista assoluta della vicenda: in una Tokyo perennemente piovosa, Yoshimi si muove affannosamente prima per trovare una sistemazione dopo il divorzio dal marito, poi alla ricerca di un lavoro come correttrice di bozze che le dia l’agognata indipendenza economica. Ma la ritrovata stabilità dura poco: dal soffitto dell’appartamento sopra quello di Yoshimi un’infiltrazione provoca una macchia di umidità che si allarga sempre di più, fino a che si scopre che proprio in quell’appartamento viveva la piccola Mitsuko. E poi c’è il mistero della borsetta rossa, appartenuta proprio alla bambina sparita, che ripetutamente compare sulla terrazza dove si trova l’imponente cisterna che rifornisce d’acqua tutto lo stabile. Come se non bastasse, Ikuku sembra irresistibilmente attratta dall’appartamento da cui scorre l’acqua e gioca (nella vasca da bagno) con un’amica immaginaria che chiama “Mi”. Yoshimi non impiegherà molto a comprendere il mistero della scomparsa della “bambina dall’impermeabile giallo” e a capire che esiste un solo modo per porre fine alle sofferenze dello sventurato spirito errante: dovrà scegliere tra la sopravvivenza di Ikuko e la propria, rispondere alla “chiamata” di Mitsuko che anela a ricongiungersi ad una madre o sottrarsi al mortale abbraccio finale.

Una sequenza del film

Anche Dark Water – come tutti i J-horror di cui ho parlato su questo blog – è caratterizzato da un’estetica che possiamo definire “minimalista”, del tutto estranea ai canoni dell’horror occidentale: gli interni angusti e grigi, il quartiere-dormitorio in cui la storia si svolge, la vita quotidiana di una madre separata che si barcamena come può tra lavoro e casa, le relazioni complicate e conflittuali, la lenta ma progressiva irruzione dell’irrazionale nel blando ritmo delle esistenze. Ciò che fa orrore, nel film di Nakata, non è il fantasma di Mitsuko ma il senso di attesa che il regista costruisce sapientemente sequenza dopo sequenza, trasformando il palazzo in una “trappola acquatica” (recensione di cineocchio.it) da cui Ikuko si salverà solo grazie al sacrificio della madre Yoshimi. In definitiva, un film sulla maternità, sull’abbandono, sul fallimento genitoriale, uno Shining e un Kingdom declinati secondo un’essenziale e rigorosa poetica cinematografica in grado di trasformare una “banale” storia di case infestate in una tesissima riflessione sulle inquietudini del contemporaneo.

Dark Water (Honogurai mizo no soko kara)

Regia: Hideo Nakata

Distribuzione: Giappone 2002 (col., 101’).

***

Il racconto è compreso nella raccolta di Kōji Suzuki Dark Water, Editrice Nord 2006

***

Per saperne di più:

M.Dalla Gassa e D.Tomasi, Il cinema dell’estremo oriente, UTET 2010

G.Tani, Sadako e i suoi fratelli. Leggende urbane e Yokai nel cinema giapponese, Kappalab 2025

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