N.Winding Refn, Drive (2011)
Mi interessano i personaggi che vanno al di là della morale
sia gli sbirri sia gli assassini rientrano in questa categoria
(James Ellroy)
Dal romanzo di James Sallis, un neo-noir che ha acquisito in pochi anni lo statuto di autentico cult per gli appassionati del genere. Il termine neo-noir viene utilizzato dalla critica a partire dagli anni ’80, indicando non semplicemente un cinema che recupera e rivaluta gli stilemi del noir classico del periodo ’40-’60 (il detective, il gangster, la città notturna, la dark-lady) ma che insiste maggiormente sull’interiorità dei personaggi, sul loro lato oscuro, sulle pulsioni di morte che li caratterizzano; un cinema che dà spazio alle tentazioni nichiliste, omicide e autodistruttive come quelle di Lou Ford, il protagonista del romanzo L’assassino che è in me di Jim Thompson, non a caso uno degli scrittori di riferimento del neo-noir insieme a James Ellroy, James Cain e lo stesso Sallis, autore del romanzo da cui Winding Refn ha tratto Drive.
In un celebre saggio del 1971 (Notes on Film Noir), il regista e sceneggiatore Paul Schrader scrive che il noir non si definisce attraverso ambientazioni, personaggi o intrecci ricorrenti, come accade nel western o nel gangster movie; il noir è soprattutto una questione di tono e atmosfera: un modo di guardare il mondo caratterizzato da cinismo, pessimismo e oscurità. Illuminazione notturna, linee oblique e verticali, inquadrature instabili, tensione visiva sono strumenti attraverso cui il noir traduce in immagini un’esperienza di disorientamento, fatalismo e perdita di controllo dei personaggi che lo popolano. Ma il passaggio decisivo del saggio è quello in cui Schrader mette in relazione lo stile con la storia e la società: il noir trasforma le contraddizioni del proprio tempo in forma visiva, ed è questo che spiega perché è un genere che sopravvive ancora ben oltre la stagione storica che lo ha generato, non necessariamente ripetendo detective, femmes fatales e vicoli bui, ma riproponendo la questione del rapporto tra individuo, società e destino.

“Tutto il cinema di Nicolas Winding Refn pone il problema dello stile”: così scrive F.Marineo nel suo Cinema del Terzo Millennio (Einaudi 2014) a proposito del regista danese che proprio con Drive, la sua prima esperienza a Hollywood, ha conquistato notorietà internazionale, vincendo a Cannes il premio per la migliore regia. A fronte di una trama abbastanza codificata che riprende molti elementi noir – l’uomo solitario, la violenza improvvisa, la fatalità, l’amore impossibile, l’ambiguità morale – Drive è un perfetto esempio di estetica neo-noir, fatta di rarefazione narrativa, luci al neon, molti silenzi, musica elettronica anni ’80 e improvvise esplosioni di brutalità. La storia ruota attorno al “ragazzo” senza nome di professione meccanico e stuntman per gli studios di Hollywood, che arrotonda le proprie entrate facendo da autista per i rapinatori che conoscono la sua straordinaria abilità alla guida. Quando conosce la sua vicina di casa Irina e poi suo marito Standard appena uscito dal carcere, l’innominato protagonista (Ryan Gosling, qui nell’interpretazione che gli ha spianato la carriera) si ritrova in un pericoloso gioco di morte in cui entra persino la mafia e da cui dovrà difendersi ricorrendo alla violenza e all’omicidio.
Il film, grazie alla prova attoriale di un laconico Ryan Gosling, freddo e misurato sia quando guida per le strade della Los Angeles notturna sfuggendo alla polizia sia quando massacra di botte un energumeno che lo vuole fare fuori in ascensore, è costruito da Winding Refn alternando una messa in scena “geometrica”, fatta di luci affilate e morbidi ralenti, con accelerazioni improvvise nelle sequenze delle fughe in auto e delle sparatorie. Un’atmosfera che lo stesso regista definisce “neon-noir”, con riferimento ai polizieschi anni ’80 e alle luci al neon che illuminano la scena, a cui contribuisce l’interpretazione “straniante” di Gosling, un anti-eroe senza posto nel mondo capace però di sacrificarsi per Irina, pur sapendo che si tratta di un amore impossibile. Per questo Drive può essere considerato una “fiaba neo-noir” con tanto di dama pura e innocente e di cavaliere senza macchia né paura che sfida il re malvagio (la gang mafiosa); la marginalità del protagonista ne fa un moderno samurai, un pistolero senza patria con un proprio codice morale che lo porta a fare la cosa giusta in un mondo il cui unico linguaggio è quello della violenza.
Campione d’incasso degli anni dieci del nuovo millennio, Drive fa la gioia del cinefilo con i suoi riferimenti a Driver l’imprendibile di Walter Hill e Strade violente di Michael Mann, due titoli di successo della New Hollywood, ma piace (come è piaciuto quindici anni fa) anche a un pubblico giovane per il suo mix di romanticismo casto e violenza brutale e, perché no, anche per quel nichilismo rassegnato che traspare dalla calma e dal silenzio con cui il protagonista osserva e vive la vita.
Nicolas Winding Refn, Drive, USA 2011 (col., 100′)

