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“Tempo di uccidere”: anatomia di un’autoassoluzione
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By Lucio Celot
E.Flaiano, Tempo di uccidere (1947)
Dormiva, proprio come l’Africa,
il sonno caldo e greve della decadenza,
il sonno dei grandi imperi mancati […]
***
(Ricevo da Patrizia Celot, e volentieri pubblico, alcune riflessioni sul romanzo di Flaiano del Gruppo di Lettura della Biblioteca comunale Lorenteggio di Milano)
Il gruppo di lettura ha espresso un giudizio quasi unanime sulla grandezza e sulla potenza del romanzo. Molto apprezzata la scrittura, considerata scorrevole e piacevole, pur nella durezza dei contenuti. Non sono mancate esperienze diverse: alcuni lettori hanno trovato il libro lento e faticoso, tanto da abbandonarlo dopo poche pagine.
A colpire è soprattutto il paradosso di un romanzo ambientato nella guerra coloniale che lascia la guerra sullo sfondo, privandola di ogni dimensione epica. Non sono le battaglie, le imprese militari o il coraggio dei soldati a occupare la scena. Flaiano smonta il mito della guerra e la retorica della conquista, mostrando, senza indulgenza, la disumanità e la piccolezza dell’uomo mediocre.
Un ritratto di Ennio Flaiano (1910-1972)
Da qui il possibile accostamento alla «banalità del male» su cui Hannah Arendt rifletterà meno di vent’anni dopo: pur nella diversità dei contesti, il male assume le sembianze di uomini comuni, mediocri, incapaci di esercitare il senso critico e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Non occorrono grandi malvagi, astuti e machiavellici: bastano l’egoismo, la viltà e l’abitudine a giustificarsi.
Significativo è apparso anche l’anonimato dei personaggi (fatta eccezione per Elias e Johannes), identificati attraverso il grado o la funzione. Gli occupanti sembrano così confondersi in una massa indistinta e omologata, una collettività senza identità nella quale si dissolve anche la responsabilità individuale. Vi si è riconosciuto lo specchio dell’Italia criticata da Flaiano: violenta, maschilista, conquistatrice, priva di coscienza morale e accecata dal delirio di superiorità dell’uomo bianco.
Al centro, un protagonista inconcludente, ipocrita e profondamente contraddittorio, che precipita nella paranoia e si avvita in una spirale di violenza, tra omicidi compiuti e tentati. A esasperare il lettore è soprattutto la sua ostinata capacità di autoassolversi: ogni gesto trova una spiegazione, ogni responsabilità una scappatoia. Anche il tormento sembra riguardare più le conseguenze temute per sé che il male inflitto agli altri.
Questo meccanismo accompagna l’accelerazione verso un finale rapido, apparentemente indolore, nel quale tutto rimane impunito. Una chiusura che sembra riprodurre la fretta stessa dell’autoassoluzione: archiviare, voltare pagina, tornare alla propria vita senza fare davvero i conti con ciò che è accaduto.
Resta un’Africa che lo sguardo coloniale riduce a terra di nessuno, spazio di conquista e di desolazione. E resta la lebbra, temuta dal protagonista, che nella discussione è diventata il simbolo di un morbo più profondo: la disumanità. Un male che affiora e spaventa, poi sembra scomparire; oppure persiste, silenzioso, senza che nessuno voglia più accorgersene.
Il film di Giuliano Montaldo (1989) tratto dal libro di Flaiano, con Nicholas Cage e Giancarlo Giannini, è disponibile su YouTube in versione integrale
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