R.Bradbury, Cronache Marziane (1950)
Com’è possibile che le Cronache Marziane
siano spesso descritte come fantascienza?
Non è una definizione adatta.
(Ray Bradbury)
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E allora lo sa cosa faremo?
Squarteremo il pianeta, lo scuoieremo, lo muteremo
per forgiarlo a nostra immagine e somiglianza.
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Il testo di Bradbury è quasi la tragica cronistoria,
elevata a scala cosmica,
della colonizzazione dell’America, del genocidio degli indiani […]
(Tristan Garcia)
Ispirato nella forma al “romanzo di racconti” di Sherwood Anderson Winesburg, Ohio, The Martian Chronicles sono, insieme a Fahrenheit 451, il capolavoro della pur vasta produzione di Ray Bradbury, noto perlopiù al grande pubblico come scrittore di sci-fi. Costituite da ventotto racconti (ventisette nell’ultima edizione italiana del 2020, cui faremo riferimento) che narrano l’epopea della colonizzazione terrestre del pianeta rosso, le Cronache hanno poco o nulla della classica space opera anni ’50: arrivati su Marte nel 2023, nell’arco di due anni i terrestri sterminano, complice una devastante epidemia di varicella, quasi tutta la popolazione del pianeta. Dopo che la maggior parte dei coloni abbandona Marte e torna sulla Terra a causa della guerra nucleare che lì imperversa (e che distruggerà il nostro pianeta natale), ai pochi terrestri rimasti su Marte ormai abbandonato e deserto spetterà il compito di ricostruire la civiltà e, soprattutto, di non ripetere gli stessi, fatali errori. Tutto qui: niente descrizioni di mirabolanti sistemi di navigazione interplanetaria, niente armi sofisticate, niente battaglie galattiche, niente omini verdi. Eppure…

Eppure, Cronache Marziane lascia ad ogni rilettura un sapore di favola antica, di racconto mitico con la sua aura elegiaca e nostalgica, con le sue rovine di città fatte di cristallo e le sue biblioteche ricolme di sapere e di storia marziana, con i suoi sopravvissuti che si muovono su navi volanti trainate da esseri da fiaba o che si palesano come sfere di fuoco in grado di discutere di teologia con i missionari devoti alla causa della cristianizzazione cosmica. E i terrestri? Dopo ben quattro spedizioni, tutte finite nel modo peggiore (i Marziani usano diversi modi per neutralizzare i primi tentativi di colonizzazione, da semplici armi che inceneriscono i nuovi arrivati fino all’ipnosi di massa), gli umani si stabiliscono sul pianeta e dimostrano una volta di più la loro, la nostra congenita incapacità di imparare dalla storia e dai suoi errori: la conquista del pianeta rosso è una replica della storia del continente americano, conquistato con la forza e la violenza e “civilizzato” attraverso il genocidio. “Marte è l’altro”, scrive Tristan Garcia nella postfazione all’edizione Mondadori, è la radicale alterità che i terrestri del terzo millennio (ovvero, noi) rifiutano e non comprendono (solo alcuni, come l’archeologo Spender nel racconto “And the Moon be still as bright”, tentano di difendere a costo della vita lo splendore e la raffinatezza della cultura marziana); “Marte è l’America” con il suo sogno di conquista dello spazio che si tramuta in un impeto di distruzione da parte di una razza dannata (sempre noi) che avvelena ed estingue ciò che tocca, ieri i Nativi, domani i Marziani, dopodomani chissà; “Marte è il futuro”, orizzonte possibile di un’umanità votata all’autodistruzione.
Cronache Marziane è un libro che lascia in bocca tanti sapori tutti diversi, dalla nostalgia per il futuro alla speranza di un nuovo inizio per la nostra specie (“La gita di un milione di anni”), dalla rabbia per la rozzezza dei nostri approcci all’Altro fino all’ammirazione per la capacità di resilienza dei marziani (“La terza spedizione”) e alla compassione per il loro destino: provateli tutti, centellinate anche voi con la dovuta lentezza il capolavoro del grande Ray Bradbury.
Ray Bradbury, Cronache Marziane, Mondadori 2020

