P.Flamm, Io? (1926)
Io ho un nome che non è il mio nome, e tuttavia lo è.
Corpo eppure non corpo, io eppure un altro […]
Dunque dov’è che inizio e dove ho fine?
Il suo “tema” è quello di una verità
che non può essere tradotta nel linguaggio dei vivi […]
Enigma e Mistero si confondono
(M.P.Löwenstein, dalla postfazione al romanzo)
Che intrigante mistero questo breve romanzo, enigmatico e impenetrabile quanto basta per incuriosire il lettore alle prese con un autore “relegato alle note a piè di pagina” (così la postfazione) della letteratura tedesca del Novecento: Peter Flamm (1891-1963), pseudonimo di Erich Mosse, ebreo berlinese, medico psichiatra specializzato nella cura delle nevrosi di guerra e relative forme di stress post traumatico, amico di Thomas Mann; a seguito dell’ascesa del nazismo in Germania si trasferì a New York dove frequentò Einstein e Chaplin e dove ebbe in cura nientemeno che William Faulkner. Nonostante il talento e qualche recensione entusiastica, Flamm fu una meteora che attraversò la letteratura e l’epoca di Weimar per scomparirne subito dall’orizzonte.
Ich? è il romanzo d’esordio di Flamm, andato perduto e ritrovato solo nel 2023 e ora pubblicato in Italia con un’illuminante postfazione dell’accademico di Pisa Manfredi P.Löwenstein. Il romanzo è la trascrizione fedele della testimonianza appassionata (febbricitante, verrebbe da dire) che la voce narrante (quella che dice io, appunto) rende davanti a un tribunale dove chi racconta viene processato per omicidio e negligenza professionale: si tratta del rispettabilissimo Hans Stern, medico berlinese, accusato di avere ucciso il magistrato Sven Borges. Solo che, fin dalle prime battute, Hans dice di non essere Hans ma il fornaio Wilhelm Bettuch, che l’ultimo giorno di guerra ha sottratto dal cadavere di Hans il passaporto del morto e si è sostituito a lui; anzi, è diventato Hans, tanto da essere accolto al suo ritorno a Berlino senza alcun sospetto sia dalla moglie Grete che dall’amante (in verità, qualcuno non lo riconosce, anzi: ma di questo si dirà alla fine). Ciò che rende la trama del romanzo enigmatica e indecidibile, è il fatto che Flamm mette il lettore nell’impossibilità di propendere per una sola delle due ipotesi possibili: o è effettivamente accaduto qualcosa di impensabile, magico e misterioso (Wilhelm diventa Hans appropriandosi del passaporto del morto) oppure Hans è vittima di un trauma e crede di essere Wilhelm (i ricordi che affiorano durante la testimonianza e le azioni che compie sarebbero il riflesso delle conversazioni avute in trincea con Wilhelm). Non c’è dubbio che il protagonista sia afflitto da un serio disturbo psichico, ma chi è dei due? Perché è Hans quello che riabbraccia Grete e il loro figlioletto, che prova gelosia nei confronti delle attenzioni che il vecchio amico Sven rivolge a Grete, sono suoi i ricordi delle operazioni chirurgiche effettuate negli anni; ma è Wilhelm che riconosce la sorella Emma come imputata in un processo in cui è perito di parte nella sua nuova veste di medico, è lui che prende un treno per acquistare una fetta di torta nel suo vecchio panificio, è sempre lui, nelle pagine finali, che torna sul campo di battaglia dove tutto è iniziato. Il principio logico di identità viene svuotato da Flamm di tutta la sua forza in presenza di un mistero che si accompagna all’enigma del delitto compiuto.

Quando fu pubblicato, nel 1926, Ich? ebbe poche recensioni entusiastiche (Walter Benjamin apprezzava Flamm) e parecchie stroncature, queste ultime dovute al ritratto decisamente poco lusinghiero con cui veniva dipinta la borghesia tedesca di Weimar e, soprattutto, al quadro impietoso delle devastazioni fisiche e morali che la guerra aveva portato con sé. L’esperienza della guerra, come aveva già osservato Ernst Jünger due anni prima (Nelle tempeste d’acciaio), si presentava con la caratteristica dell’incomunicabilità, “un evento totalmente al di fuori dell’esperienza”, un trauma collettivo impossibile da rielaborare a livello individuale, ed è esattamente quanto accade a Wilhelm/Hans quando ritorna a Verdun, uno dei campi di battaglia più violenti che la Storia ricordi: le parole che Flamm mette in bocca al protagonista (?) non restituiscono immagini coerenti dentro una narrazione lineare ma solo frammenti, schegge discrete di visioni che guizzano davanti agli occhi e alla memoria, “qui divampava la morte, a destra e a sinistra, qui sparavano tedeschi e sparavano francesi, qui giacciono tedeschi e qui giacciono tedeschi, niente guerra, qui giacciono esseri umani, non ci sono nemici; non ci sono stati, non ci sono destini, né differenze, né ufficiali, né ricchi, né operai […] noi siamo nudi, nudi, noi siamo esseri nudi e mortali.” Con un ritmo narrativo febbrile che fa costantemente oscillare il lettore tra impostura e smemoratezza, Io? è una crime story che si tinge di legal, ma anche referto clinico di dissociazione post traumatica, atto d’accusa nei confronti del caos postbellico europeo, esperimento narrativo che dà voce, attraverso una sintassi e una punteggiatura sconnesse, ad una psiche in cui l’io si guarda allo specchio e non si riconosce. E, a proposito di riconoscimenti: c’è qualcuno che ha capito cosa sia veramente successo? Sì, ed è il personaggio non umano del romanzo, un cane, una sorta di Argo al contrario, che ha nei confronti del padrone reduce dalla propria odissea atteggiamenti alquanto contraddittori (prima gli ringhia contro, lo morde, poi fa pace); è Nerone, il cane di Hans, l’unico “che sa tutto” (qualsiasi cosa sia questo “tutto”), la soluzione dell’enigma; sospeso tra realtà e allucinazione, forse Nerone è il Diavolo che ci ha messo la zampino. Il lettore si rassegni, non arriverà mai ad una soluzione del mistero dentro questo romanzo tra il kafkiano e il pirandelliano. Cosi è, se vi pare…
Peter Flamm, Io?, Adelphi 2024 (l’edizione comprende anche Un morto che parla, la postfazione di M.P. Löwenstein)

