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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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Tango satanico sull’orlo dell’Apocalisse

Posted on 3 Gennaio 202613 Aprile 2026 By Lucio Celot

L.Krasznahorkai, Satantango (1985)

Questa puzza insostenibile che esala da tutto,

persino dai muri

***

Ostaggi muti e insignificanti dell’ordine satanico

in continua dissoluzione e ricostruzione

***

Con la sola forza delle parole

posso determinare la struttura degli eventi intorno a me

“Per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte”: così l’Accademia di Svezia ha motivato il conferimento del Nobel per la Letteratura 2025 all’ungherese László Krasznahorkai, classe 1954, autore di otto romanzi e di altrettante raccolte di racconti, tutti pubblicati in Italia da Bompiani.

László Krasznahorkai, Nobel per la Letteratura 2025

Come tutti quelli della sua generazione, Krasznahorkai ha vissuto il progressivo declino dell’utopia socialista nell’Europa dell’Est, la dissoluzione di un mondo che, lungi dal realizzare il paradiso in terra, ne aveva piuttosto incarnato il rovescio totalitario e terroristico: in questo passaggio, in questo vuoto in cui la distruzione è imperante ma, allo stesso tempo, si intravedono i semi di una possibile futura rinascita, si muovono le anime perdute di Satantango, il primo romanzo dell’ungherese, pubblicato nel 1985, quando la “frana”, per usare l’espressione di Hobsbawm, aveva già iniziato la sua inarrestabile caduta che si sarebbe conclusa nel 1991. Satantango è la storia di un’illusione di rinascita nel bel mezzo del caos: in un villaggio sperduto della pianura ungherese, dove lo “stabilimento” che dava lavoro agli abitanti è ormai chiuso e abbandonato, un pugno di disperati non si rassegna alla morte civile incombente ma attende fiducioso il ritorno dei due “compagni” Irimiás e Petrina che, creduti morti, stanno invece facendo ritorno al villaggio per porre fine “all’estenuato squallore che dura da anni”. Il gruppo dei “vinti”, i coniugi Schmidt e Kráner, lo zoppo Futaki, il “preside”, istigati dal subdolo Irimiás che mira solo ad accaparrarsi il denaro degli ingenui paesani, si asserragliano in una fattoria collettiva in attesa che il “Maestro” li guidi verso la rinascita. Non ne sapremo più nulla, se non che dei misteriosi “redattori” agli ordini di un Capitano redigeranno su ognuno di loro dei rapporti che finiranno nel mare magnum dell’archivio di stato…

            Satantango è il Cent’anni di solitudine dell’Europa dell’Est: c’è un mondo in disfacimento (quello mitico di Macondo e quello del socialismo reale dell’innominato villaggio) e c’è un tempo che si ripiega su se stesso (i capitoli del libro vanno da I a VI e poi, nella seconda parte, da VI a I), perché nel “chiudersi del cerchio” scopriamo che a scrivere il libro è uno dei personaggi, il “dottore”, misantropo e analitico osservatore delle vite dei suoi concittadini, che nelle ultime pagine capisce prima con sgomento e poi con esaltazione crescente di potere “determinare la struttura degli eventi” intorno a lui semplicemente scrivendo (il libro termina con le stesse due pagine che lo aprono). Il “cerchio si chiude”, dunque, per riproporsi ciclicamente all’infinito: la fine del villaggio e dell’edificante utopia socialista, lo squallore delle vite e dell’ambiente in cui vivono i protagonisti (fango, pioggia, case e oggetti in preda alla corruzione e al disfacimento) sono figura dell’Apocalisse imperante sull’orlo del quale, in un interminabile loop in cui tutto torna al punto di partenza, balla l’incoscienza della modernità e, aggiungiamo, dell’Europa democratica e liberale. E chissà se Krasznahorkai intuiva la potenza profetica del romanzo quando lo ha scritto esattamente quarant’anni fa, considerato in che mani si trova oggi la sua Ungheria…

            In una serie di belle recensioni sul “Manifesto” (i link li trovate in calce), Valentina Parisi, attenta lettrice del Nostro, ha delineato nel corso degli anni un ritratto letterario di Krasznahorkai mettendone in evidenza alcuni tratti inconfondibili della sua produzione: l’influenza di Franz Kafka, Thomas Bernhard e Boumil Hrabal, la spasmodica attesa dei suoi personaggi di un Messia che li deve riscattare dal fallimento, la falsità e l’inutile verbosità di questi Messia, lo stile caratterizzato da “colate di lava verbale” (“l’agglutinante lingua ungherese”, le frasi lunghissime che procedono per pagine e pagine senza stacchi grafici), la funzione dell’arte e della letteratura che, esattamente come l’illusoria convenzione del Tempo, “attraversa(no) la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo”. Insomma, l’Arte ci inganna e non ci salva, ma almeno prova a illuminare qualche angolo di bellezza prima che il mondo annichilisca del tutto…

László Krasznahorkai, Satantango, Bompiani 2016

Gli articoli di Valentina Parisi sul “Manifesto”:

https://ilmanifesto.it/laszlo-krasznahorkai-linferno-in-stile-loop

https://ilmanifesto.it/laszlo-krasznahorkai-il-personaggio-dopo-la-fine

https://ilmanifesto.it/laszlo-krasznahorkai-le-vane-attese-di-illusori-messia

https://ilmanifesto.it/laszlo-krasznahorkai-a-caccia-di-bellezza-con-le-scarpe-strette

https://ilmanifesto.it/laszlo-krasznahorkai-un-profeta-dellapocalisse-provvisto-di-codice-postale

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