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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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Prendere posizione per poterci dire umani

Posted on 28 Febbraio 202616 Marzo 2026 By Lucio Celot

G.Greene, L’Americano tranquillo (1955)

Il libro è talmente perspicace

che negli anni Cinquanta lo si dovette trascurare:

se l’avesse letto, la maggior parte dei politici americani

avrebbe accantonato le mappe del Sudest asiatico

e si sarebbe messa a giocare a bridge anziché a domino.

(D.Thomson, La fatale alleanza. Un secolo di guerre al cinema)

Di Graham Greene, della sua importanza nella letteratura del Novecento, del suo lavoro nel servizio segreto inglese ho già detto qualcosa qui sul blog. L’americano tranquillo costò a Greene critiche feroci di antiamericanismo per come lo scrittore trattò il ruolo della CIA in Vietnam ben prima dell’escalation militare statunitense e durante gli ultimi anni del dominio imperialista francese nel paese asiatico. Come è noto, i francesi decisero di abbandonare il Vietnam dopo l’epocale sconfitta che subirono a Dien Bien Phu, la fortezza che venne assediata e presa nella primavera del 1954 (pochi mesi prima dell’uscita del romanzo) dall’esercito del Viet Minh, il partito indipendentista vietnamita. Nello stesso anno, gli accordi di Ginevra portarono alla divisione del paese (che doveva essere solo temporanea), lungo il 17° parallelo, in un Vietnam del Nord comunista e filosovietico e un Vietnam del Sud filo-occidentale, fantoccio degli interessi strategici ed economici americani in Asia travestiti da “intervento a liberare i popoli liberi da ogni asservimento”, secondo la dottrina Truman; il resto è Storia ma Greene lo aveva capito con dieci anni di anticipo.

Maggio 1954: i soldati del Viet Minh conquistano Dien Bien Phu

Saigon, primi anni Cinquanta: Fowler, giornalista e narratore in prima persona della vicenda, è un inglese inviato dal proprio giornale a seguire l’evoluzione della situazione politica in quella che all’epoca veniva chiamata “Indocina francese”. Da due anni ha una storia con Phuong, una giovane vietnamita che vorrebbe sposare Fowler e andarsene definitivamente dal paese. I due conoscono Pyle, “l’americano tranquillo” del titolo, ufficialmente in missione per aiuti economici, in realtà un agente della CIA che sostiene con armi e finanziamenti l’organizzazione clandestina del generale Thé, una “terza forza” di interposizione nel conflitto tra francesi e Viet Minh attraverso la quale l’America vorrebbe destabilizzare e, in seguito, controllare politicamente l’intera area geopolitica. Fowler è cinico, disincantato, distaccato perfino dal proprio lavoro di corrispondente e incline a non prendere posizione (“non sono un editorialista”, dice ripetutamente, “solo un inviato e non mi faccio coinvolgere”); ma quando il plastico fornito da Pyle (leggi: dalla CIA) al generale Thé farà una strage nella principale piazza di Saigon, allora non esiterà a schierarsi dalla parte delle vittime “tradendo” lo stesso Pyle.

Il romanzo è narrato in prima persona: Fowler è un reporter, vorrebbe limitarsi a riferire quello che gli occhi vedono senza esprimere alcuna opinione; ma in più occasioni, la vista degli effetti delle azioni della terza forza (l’inutile e gratuita distruzione di un sampan che naviga lungo il fiume,  il cadavere di una giovane donna con il suo bambino morto in grembo, le mutilazioni devastanti causate dall’esplosione a place Garnier) lo sconvolgono al punto tale da dovere ammettere la verità di quanto affermato dal partigiano del Viet Minh, Heng: “nella vita, prima o poi bisogna prendere posizione se vogliamo poter continuare a chiamarci esseri umani”; da qui, la scelta di Fowler che condurrà alla morte di Pyle. Morte che il lettore incontra da subito: Greene, infatti, contro il “tedio della narrazione lineare”, salta di continuo dal presente al passato, dalla morte dell’americano tranquillo (in realtà, un vero “agente del caos”) ai primi incontri del terzetto (Fowler, Pyle e Phuong, di cui l’americano si innamora perdutamente), fino agli interrogatori del capo della polizia di Saigon, Vigot, e al disvelamento delle cause dell’assassinio di Pyle, dando al romanzo la struttura di un “giallo politico”.

Perché una storia di spionaggio, amore e morte scritta magnificamente fece indignare l’establishment e i lettori americani al punto che Greene fu dichiarato dalle autorità d’oltreoceano persona non gradita? Perché Pyle, come dice Fowler, “è un pericoloso innocente: e gli innocenti vanno tenuti sotto controllo o eliminati”; Pyle è talmente assorbito nella sua fede cieca e ingenua nei valori di cui è portatore (democrazia, libertà, individualismo, capitalismo) che non può nemmeno essere biasimato, è come “un lebbroso muto che ha perso la sua campanella e si aggira incosciente per il mondo”. Pyle non comprende la realtà in cui si muove, la legge con gli occhiali di un occidentale, per di più agente della CIA, e la piega ottusamente al proprio punto di vista. Greene, “innamorato dell’Indocina” fin dal suo primo viaggio come giornalista (e dove, per inciso, i francesi lo tennero costantemente d’occhio perché sospettavano che fosse una spia), racconta una parabola morale di risveglio e presa di coscienza che è ben altro dal “bilioso antiamericanismo” che un critico gli imputò (e gli americani si vendicarono subito attraverso lo strumento più potente in loro possesso: il cinema. Il film di Mankiewicz del 1958 ridusse la storia ad una serie di attentati escogitati e messi in pratica dai comunisti. Che, si sa, sono brutti, sporchi, cattivi e subdoli …e a volte mangiano anche i bambini).

Graham Greene, L’americano tranquillo, Sellerio 2024

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