T.O’Brien, Le storie che portiamo (1990)
Tutti portavano fantasmi.
***
Sarei andato in guerra
avrei ucciso e magari sarei morto
perché mi vergognavo di non farlo.
Fui un vigliacco. Andai in guerra.
***
Una storia di guerra vera non è mai morale.
Se una storia di guerra ti sembra morale, non crederci.
Per il “New York Times” è uno dei libri del secolo: finalista del premio Pulitzer, Le cose che portiamo è l’altro imprescindibile libro da leggere sulla guerra in Vietnam insieme a Dispacci di Michael Herr. O’Brien è uno scrittore, non un reporter come Herr, e il libro è costituito da una serie di racconti tra loro legati che hanno tutti come protagonisti i commilitoni della compagnia Alpha, i compagni di O’Brien in Vietnam. Fresco laureato di college, O’Brien riceve la cartolina-precetto e viene arruolato nel ’69 per un turno della durata di tredici mesi: Le cose che portiamo viene scritto anni dopo il congedo, quando la distanza dalle vicende raccontate consente all’autore di restituirle al lettore in una forma che è tutta letteraria, lasciando ampio spazio ad una ricostruzione non meramente giornalistica o cronachistica.

Le storie, scrive O’Brien, servono a unire il passato e il futuro, sono per l’eternità, per quando la memoria sarà cancellata e non ci sarà più niente da ricordare: ecco, allora, le storie della compagnia Alpha, non solo le storie di quanto ha vissuto in prima persona l’autore ma anche quelle raccontate dai compagni d’armi, a volte talmente assurde e improbabili che ti chiedi se sia umanamente possibile che certe cose siano davvero successe; storie di fantasmi, perché i volti dei compagni e dei nemici morti nei modi più inaspettati e orribili perseguitano ancora le notti e i sogni di O’Brien; storie di fascinazione e seduzione che la giungla con il suo cuore di tenebra ha esercitato su fragili e ingenui ventenni che nel pantano dell’Indocina hanno vissuto il passaggio all’età adulta; storie di assoluta aderenza all’oscenità e al male, perché non esistono storie di guerra morali e ogni storia che ti raccontano deve metterti a disagio, altrimenti non è vera. Come quella della fidanzatina di Mark Fossie, militare che si trova in un avamposto isolato dove non si combatte e non succede praticamente nulla: il soldato si mette in testa di fare venire in Vietnam la propria fidanzata diciassettenne, Mary Anne, una studentessa appena diplomata, e ci riesce. Mary Anne è simpatica, piace a tutti i soldati dell’accampamento, fa bene al morale della truppa, le piace la vita dei soldati. Dopo qualche settimana inizia a usare le armi, poi partecipa a qualche incursione notturna, si trova addirittura coinvolta in un conflitto a fuoco con i Vietcong, fino a diventare una del gruppo delle Forze Speciali, con tanto di mimetica, armamento regolare e carbone sul viso. Quando Mark si rende conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano e prepara il ritorno a casa della ragazza, Mary Anne se ne va, scompare nella giungla e non se ne saprà più nulla: inghiottita dal verde intenso della giungla, dai colori che l’avevano affascinata e irretita, dal proprio lato oscuro che la guerra aveva portato alla luce. O come la storia del soldato Kiowa, che non abbandona mai la Bibbia che il padre gli ha dato quando è partito, amato da tutta la compagnia e che muore letteralmente sepolto sotto una melma di fango e merda dato che il tenente li ha fatti erroneamente accampare in uno spazio erboso che viene usato come latrina dai contadini del villaggio: un attacco di mortai vietcong fa letteralmente a pezzi il ragazzo, e i compagni vagheranno per una notte intera sotto la pioggia, immersi fino alla vita negli escrementi per ritrovarne il corpo e farlo portare via. O come la storia dell’uomo che lo stesso O’Brien ha ucciso con una granata durante un’imboscata, il cui volto sfigurato si stampa indelebile nella memoria dello scrittore; e ancora, le morti di Ted Lavender, cha “va giù senza una parola”, di Curt Lemon che salta su una mina e il suo corpo a brandelli deve essere recuperato dagli alberi tutt’intorno; la storia dello stesso O’Brien che ha la possibilità di fuggire in Canada per evitare la leva ma non ha il coraggio di farlo; di Norman Bowker che si ammazza tre anni dopo essersi congedato perché non riesce più a vivere in tempo di pace.
Le storie di O’Brien ci restituiscono le vite dei morti, possono farci vedere cose che non abbiamo mai guardato e mai vedremo perché “la verità del racconto è a volte più vera dell’accaduto”, e perché in una storia di guerra niente è vero in assoluto. Cinquant’anni dopo, il veterano O’Brien è ancora giovane e felice, non morirà mai perché una storia, tante storie, l’hanno salvato.
Tim O’Brien, Le cose che portiamo, DeA Planeta Libri 2018

