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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

Storie (anche) improbabili dal ‘Nam

Posted on 28 Febbraio 202610 Ottobre 2026 By Lucio Celot

T.O’Brien, Le storie che portiamo (1990)

Tutti portavano fantasmi.

***

Sarei andato in guerra

avrei ucciso e magari sarei morto

perché mi vergognavo di non farlo.

Fui un vigliacco. Andai in guerra.

***

Una storia di guerra vera non è mai morale.

Se una storia di guerra ti sembra morale, non crederci.

Per il “New York Times” è uno dei libri del secolo: finalista del premio Pulitzer, Le cose che portiamo è l’altro imprescindibile libro da leggere sulla guerra in Vietnam insieme a Dispacci di Michael Herr. O’Brien è uno scrittore, non un reporter come Herr, e il libro è costituito da una serie di racconti tra loro legati che hanno tutti come protagonisti i commilitoni della compagnia Alpha, i compagni di O’Brien in Vietnam. Fresco laureato di college, O’Brien riceve la cartolina-precetto e viene arruolato nel ’69 per un turno della durata di tredici mesi: Le cose che portiamo viene scritto anni dopo il congedo, quando la distanza dalle vicende raccontate consente all’autore di restituirle al lettore in una forma che è tutta letteraria, lasciando ampio spazio ad una ricostruzione non meramente giornalistica o cronachistica.

Tim O’Brien in Vietnam durante la “sporca guerra”

            Le storie, scrive O’Brien, servono a unire il passato e il futuro, sono per l’eternità, per quando la memoria sarà cancellata e non ci sarà più niente da ricordare: ecco, allora, le storie della compagnia Alpha, non solo le storie di quanto ha vissuto in prima persona l’autore ma anche quelle raccontate dai compagni d’armi, a volte talmente assurde e improbabili che ti chiedi se sia umanamente possibile che certe cose siano davvero successe; storie di fantasmi, perché i volti dei compagni e dei nemici morti nei modi più inaspettati e orribili perseguitano ancora le notti e i sogni di O’Brien; storie di fascinazione e seduzione che la giungla con il suo cuore di tenebra ha esercitato su fragili e ingenui ventenni che nel pantano dell’Indocina hanno vissuto il passaggio all’età adulta; storie di assoluta aderenza all’oscenità e al male, perché non esistono storie di guerra morali e ogni storia che ti raccontano deve metterti a disagio, altrimenti non è vera. Come quella della fidanzatina di Mark Fossie, militare che si trova in un avamposto isolato dove non si combatte e non succede praticamente nulla: il soldato si mette in testa di fare venire in Vietnam la propria fidanzata diciassettenne, Mary Anne, una studentessa appena diplomata, e ci riesce. Mary Anne è simpatica, piace a tutti i soldati dell’accampamento, fa bene al morale della truppa, le piace la vita dei soldati. Dopo qualche settimana inizia a usare le armi, poi partecipa a qualche incursione notturna, si trova addirittura coinvolta in un conflitto a fuoco con i Vietcong, fino a diventare una del gruppo delle Forze Speciali, con tanto di mimetica, armamento regolare e carbone sul viso. Quando Mark si rende conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano e prepara il ritorno a casa della ragazza, Mary Anne se ne va, scompare nella giungla e non se ne saprà più nulla: inghiottita dal verde intenso della giungla, dai colori che l’avevano affascinata e irretita, dal proprio lato oscuro che la guerra aveva portato alla luce. O come la storia del soldato Kiowa, che non abbandona mai la Bibbia che il padre gli ha dato quando è partito, amato da tutta la compagnia e che muore letteralmente sepolto sotto una melma di fango e merda dato che il tenente li ha fatti erroneamente accampare in uno spazio erboso che viene usato come latrina dai contadini del villaggio: un attacco di mortai vietcong fa letteralmente a pezzi il ragazzo, e i compagni vagheranno per una notte intera sotto la pioggia, immersi fino alla vita negli escrementi per ritrovarne il corpo e farlo portare via. O come la storia dell’uomo che lo stesso O’Brien ha ucciso con una granata durante un’imboscata, il cui volto sfigurato si stampa indelebile nella memoria dello scrittore; e ancora, le morti di Ted Lavender, cha “va giù senza una parola”, di Curt Lemon che salta su una mina e il suo corpo a brandelli deve essere recuperato dagli alberi tutt’intorno; la storia dello stesso O’Brien che ha la possibilità di fuggire in Canada per evitare la leva ma non ha il coraggio di farlo; di Norman Bowker che si ammazza tre anni dopo essersi congedato perché non riesce più a vivere in tempo di pace.

            Le storie di O’Brien ci restituiscono le vite dei morti, possono farci vedere cose che non abbiamo mai guardato e mai vedremo perché “la verità del racconto è a volte più vera dell’accaduto”, e perché in una storia di guerra niente è vero in assoluto. Cinquant’anni dopo, il veterano O’Brien è ancora giovane e felice, non morirà mai perché una storia, tante storie, l’hanno salvato.

Tim O’Brien, Le cose che portiamo, DeA Planeta Libri 2018

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