M.Mari, La stiva e l’abisso (1992)
senza dimenticare
J.Conrad, La Linea d’Ombra (1916) e
H.Melville, Benito Cereno (1855)
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Torneranno.
E noi li ascolteremo.
E le storie ci entreranno dentro
(M.Mari)
Era impossibile distinguere la terra dall’acqua
nell’enigmatica stasi delle immense forze del mondo
(J.Conrad)
Una strana ciurma;
anche una strana storia, con strana gente a bordo
(H.Melville)
bonaccia: s.f. – stato del mare calmo e senza vento
(vocabolario online Treccani)
La stiva e l’abisso è il terzo romanzo di Michele Mari, milanese, classe 1955, autore ormai di culto per i suoi (pochi) lettori e, insieme a Antonio Moresco e Walter Siti, considerato dagli addetti ai lavori lo scrittore che resterà nel canone letterario italiano nei prossimi decenni. La scrittura di Mari è colta, “iperletteraria”, “inattuale” rispetto alle tendenze recenti del romanzo, tutto intriso di oralità e linguaggio mediatico; Mari è un manierista (i suoi modelli sono Gadda, Landolfi e Manganelli) che reagisce ostinatamente alle tendenze formali del romanzo contemporaneo facendo della tradizione letteraria e del confronto col passato lo strumento dialettico con cui opporsi all’inarrestabile dilagare del “villaggio globale”. Disprezzo dell’attualità, postura classicizzante, tradizione libresca, artificio stilistico, purezza cristallina della forma, sono queste le espressioni usate dalla critica per provare a inquadrare un “irregolare” della letteratura italiana che ha il coraggio di scrivere cose come
ciò che sol monta è la misura del mio sentirmi già morto nell’affidarmi ai grafemi
(“Forse perché”, in Euridice aveva un cane)
o come
interni pellami che a tutto cedono, mollami che non s’attengono, grassumi che si colliquano in un diguazzare di muchi e di suchi (La stiva e l’abisso).
Se nel primo romanzo (Di bestia in bestia) si confrontava con il romanzo gotico e nel secondo (Io venía pien d’angoscia a rimirarti) con il nume tutelare Leopardi, qui Mari fa i conti con la letteratura marinaresca e d’avventura e rilegge a suo modo il Melville di Moby Dick e Benito Cereno, il Conrad de La linea d’ombra, il Poe di Gordon Pym, lo Stevenson de L’isola del tesoro senza trascurare il Borges del Libro degli esseri immaginari.
La vicenda è tutta “marinaresca”, almeno in apparenza: siamo nel ‘600, un galeone spagnolo al comando del capitano Torquemada è bloccato dalla bonaccia in mezzo all’oceano. A sua volta costretto all’immobilità a causa della cancrena che gli divora una gamba, Torquemada, uomo colto e sensibile, deve suo malgrado affidare la nave al comandante in seconda, Menzio, che è invece un uomo volgare e rozzo, doppio speculare del comandante. Di notte l’equipaggio è visitato da misteriose creature marine che si accoppiano con i marinai e comunicano loro per via telepatica una serie di storie, favole e leggende di mare che hanno a loro volta acquisito cibandosi delle carni di generazioni di marinai morti in mare. Così, l’intero equipaggio, ad eccezione di Torquemada e Menzio (che, come in ogni degna storia di mare, tenta anche un piratesco ammutinamento accecato dall’illusione di un inesistente tesoro), cade in una sorta di “catatonia fabulatoria” che fa morire d’inedia l’uno dopo l’altro i marinai, felici di sprofondare nell’estasi erotica e interessati solo ad ascoltare e raccontarsi reciprocamente le storie narrate loro dai misteriosi esseri marini.

Il debito di Mari con l’avventura e il mare appare evidente da subito: la bonaccia e il clima di “sospensione”, atmosferica e metafisica, rimandano in primis alla Linea d’ombra e a Benito Cereno, due storie di capitani costretti a gestire altrettante situazioni complesse e al limite dell’umana tensione dovute alla forzata immobilità (sia pure per cause ben diverse tra loro); l’ammutinamento e l’ossessione di Menzio per un tesoro che esiste solo nella sua testa è, ovviamente, l’omaggio di Mari a Stevenson e alla sua Treasure Island. Ma è il linguaggio l’autentico punto di forza del romanzo; e non solo per la scelta di uno stile ibrido che ricalca quello del Melville di Moby Dick, in grado di passare con disinvoltura dal lessico scientifico a quello del giornale di bordo, dall’uso di tecnicismi marinareschi fino alla citazione dotta, ma anche per il gusto del pastiche linguistico, incarnato dal personaggio di Ishmahìl (altro riferimento a Melville: Chiamatemi Ismaele è il celebre incipit di Moby Dick), l’eterno clandestino, che parla una “lingua franca” che mette assieme francese, arabo, latino, napoletano, greco e chi più ne ha; per non parlare, poi, delle elucubrazione di Torquemada dalle quali traspare tutta la profonda conoscenza di Mari della letteratura manierista e barocca. Una lettura, quella de La stiva e l’abisso, non facile, lo si sarà capito, anche per la lentezza con cui procede la narrazione, per il linguaggio artificioso, per la ricchezza e varietà stilistica che ha fatto apprezzare il libro, prima ancora che dal pubblico e dai critici, dagli specialisti della lingua e dagli appassionati del romanzo di mare. In ogni caso, aldilà della “stranezza” del romanzo, La stiva e l’abisso è l’ennesimo tentativo di dare una risposta alla domanda delle domande, quella che lettori e scrittori si pongono inconsciamente di fronte al piacere della fabulazione: da dove vengono le storie che amiamo? Ah, saperlo…
Hermann Melville, Benito Cereno, Bompiani 2023 (tr.it di M.Mari)
Joseph Conrad, La linea d’ombra, Feltrinelli 2014
Michele Mari, La stiva e l’abisso, Einaudi 2018
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La raccolta di saggi di Mari sugli scrittori che costituiscono la sua personale “biblioteca” è I demoni e la pasta sfoglia, Il Saggiatore 2017
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Per saperne di più:
C.Mazza Galanti, Michele Mari, Cadmo 2011

