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SK dalla pagina allo schermo: “The Mist”, o del finale che non c’è

Posted on 29 Dicembre 202517 Febbraio 2026 By Lucio Celot

Una buona storia da immaginare in un bel bianco e nero sgranato;

è una specie di omaggio a Roger Corman.

(S.King)

***

Si tratta insomma di un puro King, uno dei suoi racconti migliori, adattato anche al cinema da Frank Darabont.

(G.Beham, Il grande libro di S.K.)

***

È stato uno sballo, incredibilmente divertente…

(F.Darabont, regista di The Mist)

Cosa succede quando una storia cambia finale? Uno dei racconti più inquietanti e meglio riusciti di Stephen King, The Mist (La nebbia), pubblicato nel 1980 e poi incluso nella raccolta Scheletri, un finale non ce l’ha: o meglio, i personaggi della storia sono volutamente abbandonati da King all’incertezza del loro destino e non sapremo mai se sopravvivranno là fuori o se cadranno anch’essi vittime delle mostruose entità che si nascondono dentro la nebbia. La riuscita del racconto, il suo senso d’angoscia profonda stanno proprio nella sospensione tra certezza e ignoto che lo attraversa perché, come dice spesso il Re, non sono le cose mostruose a fare paura, ma il momento in cui non sappiamo se ci sono davvero. In ogni caso, il finale aperto del racconto lascia spazio anche al tenue filo di speranza cui può aggrapparsi il lettore non completamente affetto da inguaribile nichilismo. Ma poi succede che nel 2007, con l’adattamento cinematografico firmato da Frank Darabont, The Mist cambia pelle e, soprattutto, cambia finale. Ed è proprio nel passaggio da pagina a schermo, dalla speranza appena suggerita all’incubo definitivo e irreversibile che sta il cuore pulsante di The Mist, nella rinuncia/scelta di un finale che prova a dirci che l’orrore non si annida necessariamente tra i mostri e, a volte, può essere più vicino di quanto pensiamo. Ma andiamo con ordine.

***

Il Fedele Lettore lo sa bene, il Re ama mettere la gente comune sotto pressione e in situazioni straordinarie per farne uscire la vera natura, raramente buona e altruista, più spesso ferina, egoista e omicida. The Mist è un piccolo gioiello apocalittico, una vera icona della Fine, per dirla con il titolo di un bel libro di Andrea Tagliapietra: una cittadina del Maine è improvvisamente invasa da una nebbia fitta e inspiegabile, dentro la quale si nascondono esseri mostruosi e letali, tentacoli, insetti giganti, creature volanti e altre entità imprecisate che attaccano chiunque si trovi all’aperto. I clienti e i dipendenti di un supermercato restano intrappolati all’interno, isolati e terrorizzati, mentre la tensione cresce e si fa strada l’idea che nel centro di ricerche militare poco lontano dalla cittadina qualcosa sia andata storta e si sia aperto un varco spazio-temporale verso un’altra dimensione: le creature della nebbia, quando si rendono visibili, ricordano gli esseri che popolavano la terra milioni di anni fa, quando l’uomo ancora non era comparso sul pianeta. L’assedio del Male, tema tipico del cinema horror e di fantascienza degli anni ’50, svela e rivela le dinamiche psicologiche più profonde del gruppo: mentre alcuni cercano soluzioni razionali, altri cedono al panico o al fanatismo. Tra questi ultimi, spicca Mrs.Carmody, una fanatica religiosa millenaristica che vede nella nebbia il segno dell’Apocalisse e inizia a raccogliere seguaci fino a invocare il sacrificio umano per placare l’ira di Dio. David Drayton, protagonista e voce narrante, tenta la fuga con il figlio e pochi altri. Il racconto si chiude su una parola captata confusamente durante una fortunosa trasmissione radio, “Hartford”, forse un luogo sicuro, forse una direzione da seguire. King non ci dice se i pochi sopravvissuti alla fuga dal supermercato si salveranno e, in fondo, la cosa non gli (e ci) interessa davvero; quello che gli importa sono le reazioni dell’uomo comune di fronte all’ignoto, il gesto eroico, il tentativo disperato, lo spirito di resistenza, i mondi e le dialettiche che si creano dentro una comunità assediata. È un finale aperto, ambiguo, sospeso come la nebbia stessa.

***

Frank Darabont, regista apprezzato da King per le sue trasposizioni (Le ali della libertà, Il miglio verde), prende quel racconto e ne fa un film cupo, intenso, claustrofobico. Lo scenario resta lo stesso, ma il tono si fa più esplicitamente tragico. I mostri sono più visibili, la violenza più palpabile, la deriva fanatica – incarnata dalla signora Carmody – più acuta. E poi c’è il finale, il gesto disperato che, ovviamente, non sveleremo qui, ma che è perfettamente coerente con una delle ultime battute del protagonista David a proposito del numero di proiettili che gli è rimasto nella pistola: diciamo solo che alla fine del film “arrivano i nostri” ma non è un lieto fine, anzi. Il pubblico, all’uscita del film, restò spiazzato, qualcuno si indignò, qualcun altro apprezzò, un critico scrisse che quel finale altro non era che un “effettaccio aggiuntivo”, “ciarpame horror”. In realtà, si tratta davvero della conclusione più logica e tremenda per la storia pensata da King che, interpellato, dichiarò che a quel finale avrebbe voluto pensarci lui. È qui che si gioca il senso più profondo dell’operazione di Darabont: il finale del film nega quello del racconto, ne è la negazione e insieme il completamento; King ci chiede di immaginare, Darabont ci costringe a guardare. Il primo ci lascia nella nebbia, con la possibilità – remota ma speranzosa – di una via d’uscita; il secondo chiude ogni spiraglio.

La speranza è un errore, l’attesa un tradimento. Il racconto accarezza la nostra paura, il film la inchioda, la mostra, la esaspera. In entrambi i casi, il vero orrore non viene da fuori.

Thomas Jane (David Drayton) nell’ultima sequenza del film

Perché tanto nel racconto quanto nel film i mostri sono una metafora, con la differenza che se sulla pagina restano sullo sfondo, sullo schermo sono sempre in primo piano e non parliamo solo delle creature aliene, ma degli esseri umani. Il supermercato diventa teatro di isterie, violenze, superstizioni, derive totalitarie; la nebbia non è solo ciò che viene da fuori: è ciò che si insinua dentro.
E in questo, Darabont è kinghiano fino in fondo: perché The Mist non parla dell’apocalisse, ma di quanto sia fragile la nostra civiltà e di quanto poco basti perché si sgretoli. La forza del racconto e del film, così diversi e complementari, è che non offrono risposte ma offrono finali, o assenza di finali, in cui ciascuno può specchiarsi. La nebbia è condizione dell’anima, resta a noi decidere se attraversarla o arrenderci: sta tutto lì il finale che non c’è.

***

            Appendice obbligatoria: e la serie tv del 2017? Beh, lì il finale non c’è proprio, nel senso che dopo i dieci episodi della prima stagione la produzione ha deciso la cancellazione della serie. La nebbia che avanza nella cittadina del Maine è sempre quella: fitta, impenetrabile, abitata da qualcosa di letale. Ma a cambiare è lo sguardo dello showrunner Christian Trope, che ha l’idea di trasformare l’horror fisico in horror psicologico relegando le creature mostruose al ruolo di allucinazioni personalizzate. La serie inciampa su più fronti: la coralità, invece di arricchire la narrazione, la appesantisce; i personaggi sono numerosi, ma stereotipati: la madre iperprotettiva, l’adolescente vittima di stupro, il veterano smemorato, il prete che invita a riflettere sulla collera divina, la panteista fanatica (che sostituisce la mistico-apocalittica Mrs. Carmody); temi pur importanti come il fanatismo religioso, l’identità di genere, la violenza domestica vengono toccati, ma mai davvero scavati a fondo.

Un fotogramma da The Mist, la serie tv (2017)

Il racconto:

Stephen King, “The Mist”, in Scheletri, Sperling & Kupfer 1989

Il film:

The Mist, regia di F.Darabont, USA 2007 (col., 126’)

La serie tv:

The Mist, Christian Trope, USA 2017 (ep.1-10 disponibile su Netflix)

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