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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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Vite indifferenti a due passi dall’Orrore

Posted on 16 Gennaio 202616 Gennaio 2026 By Lucio Celot

J.Glazer, La Zona di Interesse (2023)

Un film “sensoriale”, uditivo; un film che genera uno scarto e uno sfasamento nel cervello dello spettatore tra quello che vede e quello che ascolta e immagina; un film che scommette (e vince) sulla possibilità di trovare un altro modo, l’ennesimo, di raccontare l’Indicibile. Vincitore di due Oscar, tra cui quello per il migliore film internazionale (non si dice più “film straniero”, forse perché è politicamente incorrect?), La zona di interesse (liberamente tratto dal romanzo di Martin Amis) lavora incessantemente ai fianchi del sistema percettivo e lo fa fin dalla sequenza che segue il lento dissolversi del lettering del titolo, due minuti di schermo buio su un tappeto sonoro costituito da un unico, prolungato e avvolgente suono che evoca lontanamente grida umane (la composizione è di Mica Levi). E poi, d’improvviso, come sbucata fuori da quell’abisso, la vita quotidiana e familiare di Hedwig e Rudolf, marito e moglie, cinque figli, una villetta curata con tanto di servitù, giardino e piscina, cavalli per le scampagnate, un piccolo pontile sul fiume per le gite in barca: solo che il locus amoenus cui tanto amorevolmente si dedica Hedwig quando non prende il tè con le amiche o non passeggia con l’ultimogenito in braccio, confina con un muro di cemento con tanto di filo spinato che separa la dimensione privata e familiare della coppia da quella professionale del marito: Rudolf è Rudolf Höss, il comandante del konzentrationslager di Auschwitz, il campo di sterminio dove si calcola che siano stati gassati e bruciati due milioni di ebrei in trenta mesi di attività (la zona del titolo si riferisce ai km quadrati destinati alla costruzione del campo nei progetti degli ingegneri). E il campo è lì dietro, proprio a pochi metri da dove i bambini di Hedwig e Rudolf giocano, si vede la torretta di guardia, il fumo che in lontananza esce dai camini, si sentono le grida degli aguzzini, le urla dei disperati, qualche colpo di pistola…ma non si vede la “morte al lavoro”, si ode soltanto il continuo e cupo sottofondo dell’industria dello sterminio che lavora a pieno ritmo, di giorno e soprattutto di notte, quando il fumo acquisisce il colore rossastro del fuoco e delle fiamme vomitate dalle ciminiere. Nell’unica occasione in cui Höss è ripreso all’interno del campo, forse durante una delle tante “selezioni” che avvenivano all’arrivo dei treni (il 25 percento al lavoro, il restante 75 alle “docce”), la mdp stringe in un primissimo piano sul suo volto, in mezzo al fumo e alla polvere: e non si vede nient’altro ma ancora una volta si è costretti ad ascoltare i suoni dell’orrore, le urla, i rumori infernali, le pistolettate, lo sbraitare delle SS, i latrati dei cani, i pianti dei bambini. Non è dato “vedere” il tutto, siamo testimoni solo di frammenti uditivi che lasciano spazio all’immaginazione; al massimo, vediamo i figli maschi della coppia che giocano con qualche dente d’oro, Hedwig che indossa una pelliccia che apparteneva ad un’ebrea facoltosa oppure assistiamo alle fastidiose conseguenze di un bagno al fiume in cui scorrono i “detriti” organici del campo. Non possiamo cogliere l’insieme e, dunque, non possiamo nemmeno tentare di dargli un senso: spaesati anche noi, di fronte al dispiegarsi dell’assurdo e del Male assoluto.

La banalità e quotidianità dell’Orrore

            Chi ha prodotto questo Male? “Loro”? No, siamo stati Noi. Perché a Glazer non interessa raccontarci COSA è successo (infatti NON lo fa) ma CHI lo ha fatto: Rudolf e Hedwig sono due bravi genitori, lui racconta le favole ai figli la sera, li porta in gita sul fiume, è un lavoratore coscienzioso e preciso, riceve i complimenti dalle alte gerarchie del Partito per come ha progettato e gestito il campo; lei è una madre attenta, ha dato cinque figli al marito e al Reich, si occupa con perizia della casa e del personale, è sensibile alla crescita e alla formazione dei figli. I coniugi Höss sono l’espressione della banalità del male, la loro agghiacciante indifferenza è colpevole quanto quella di cui ci macchiamo oggi davanti ad altri muri e altri orrori; nel film di Glazer tutto questo (il presente della contemporaneità) è messo in scena attraverso uno studio quasi fenomenologico della rimozione di quello che si vede e/o fingiamo di non vedere (e non a caso, nelle sequenze finali siamo improvvisamente catapultati nella Auschwitz di oggi, con le inservienti che puliscono e lucidano i vetri delle diverse sezioni del museo annesso al campo, con migliaia di scarpe e valigie, le poche vestigia rimaste a testimoniare il passaggio di esseri umani ora “perduti nel vento”).

            Nulla deve turbare il garbato e monotono ménage della graziosa famigliola, la ripetizione e l’efficienza (a casa, al “lavoro”) hanno la funzione di eliminare, oltre che sei milioni di ebrei europei, qualunque sassolino dall’ingranaggio perfetto di vite fondate su certezze rassicuranti (la famiglia, la casa, i figli): e i muri servono esattamente a questo, a costituire e circoscrivere un falso e ingannevole fondale utile a nascondere l’Orrore (i forni, le ciminiere) e a darci l’illusione che tutto questo non ci riguardi. Glazer ci scuote, ci invita a uscire dalla nostra, piccola e meschina zona di interesse, così confortevole ma anche così lontana dalla realtà, quella vera e contraddittoria, che dal Novecento in poi non può (non deve) coincidere più con la ragione.

            Un film sperimentale e, al contempo, esteticamente perfetto, con le sue simmetrie e le sue carrellate laterali che rivelano senza fare vedere, che giocano al gatto e al topo con la sensibilità e l’inquietudine dello spettatore fino a portarlo sull’orlo dell’insondabile Abisso. Che c’è ma non si vede.

La zona di interesse (The Zone of Interest)

Regia: Jonathan Glazer

Distribuzione: UK – Polonia 2023 (col., 105 min.)

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