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Le mille resurrezioni di Sherlock Holmes…

Posted on 24 Gennaio 202631 Marzo 2026 By Lucio Celot

A.Horowitz, La Casa della Seta (2011)

G.Rubin, Sinister. La Città delle Ombre (2024)

Non era bastato che il povero Conan Doyle fosse stato costretto a furor di popolo a resuscitare Sherlock Holmes, da tutti creduto morto alle cascate di Reichenbach insieme al perfido Moriarty; non era bastato neppure farlo tornare tre anni dopo nella fangosa e nebbiosa Londra vittoriana dove aveva dato il meglio di sé e del suo genio investigativo. Non era bastato perché nel tempo Sherlock Holmes era diventato – ed è tuttora – un autentico archetipo letterario sopravvissuto al suo stesso autore e destinato all’immortalità letteraria attraverso le migliaia di romanzi e racconti apocrifi pubblicati nell’arco di quasi centocinquant’anni. Scrittori famosi e meno famosi si sono cimentati con la figura dell’allampanato detective e del suo leale assistente-biografo John Watson, da Stephen King a Kingsley Amis, da P.G.Wodehouse a Neil Gaiman fino a Anthony Burgess e Colin Dexter (e Otto Penzler, da cinquant’anni appassionato lettore e studioso sherlockiano, ha raccolto in un volume di mille pagine una corposa antologia di questi racconti apocrifi) divertendosi a riprodurre, tradire o parodizzare il “canone” holmesiano, fatto di luoghi, personaggi, situazioni e dialoghi che allo sherlockiano esigente piace ritrovare sulla pagina.

            Anthony Horowitz e Gareth Rubin sono addirittura stati autorizzati dai discendenti di Conan Doyle (The Conan Doyle Estate) a scrivere e pubblicare due seguiti che non faranno storcere il naso ai puristi: profilo dei characters, intreccio e padronanza del canone rendono la lettura dei due romanzi avvincente e non fanno rimpiangere il modello originale pur trattando temi come la pedofilia e il superomismo che Conan Doyle non tocca nei quattro romanzi e nei cinquantasei racconti che hanno come protagonisti i due inquilini di Baker Street.

***

Anthony Horowitz è uno degli autori contemporanei che meglio di altri ha saputo maneggiare l’eredità di Sherlock Holmes con rispetto e intelligenza. Senza scimmiottare Conan Doyle, ne La casa della seta Horowitz costruisce un mistero oscuro e intricato che Watson definisce “il caso più terribile che Holmes abbia mai affrontato”. Dopo che Edmund Carstairs, un mercante d’arte londinese, si reca al 221B di Baker Street per chiedere aiuto a Holmes e Watson, i due devono affrontare un intrigo che, partendo da quello che sembra un “caso minore”, riguarda invece le alte sfere della politica e delle istituzioni inglesi: lo stesso Holmes, pur messo in guardia dal fratello Mycroft, rischia il carcere e una condanna, colpevole di avere indagato in una sordida cospirazione collegata a un’organizzazione chiamata “La casa della seta”. La narrazione, affidata come sempre a Watson, riprende il tono e lo stile dell’originale; anche l’ambientazione è quella classica: nebbia, carrozze, Baker Street, Scotland Yard ma filtrata da una sensibilità moderna che, nel pieno rispetto del canone, consente a Horowitz di parlarci di corruzione delle istituzioni, di pedofilia e violenza sui minori, di impunità, di omertà tra potenti. Anche la figura di Sherlock esce “rafforzata” sul piano etico da una squallida vicenda di infanzia tradita e abbandonata che richiama i grandi romanzi di denuncia dickensiani.

***

Il professore James Moriarty è il “doppio holmesiano”, specchio oscuro e nemesi inafferrabile di Sherlock, intelligente e acuto almeno quanto lo è il detective; è la mente criminale più efferata dei suoi tempi, controlla tutti gli affari più loschi di Londra e i suoi servizi criminali sono richiesti in tutto il mondo. Nei racconti viene citato spesso ma non lo si vede mai, tranne in quella che doveva essere l’ultima avventura di Holmes, ambientata in Svizzera presso le cascate di Reichenbach, dove i due antagonisti precipitano al termine del redde rationem finale che avrebbe dovuto porre termine alle loro vite e liberare Conan Doyle dall’ingombrante peso del suo fortunato personaggio. Come sappiamo, così non è stato. Quando Holmes ricompare tre anni dopo, veniamo a sapere che in quel lasso di tempo ha lavorato segretamente per il governo spostandosi tra l’Italia, il Tibet, il Sudan e la Francia: ma questa è un’altra storia, su cui ancora oggi si affannano gli esegeti del canone.

da sinistra, Holmes e Moriarty nella classica serie tv del 1984

            Gareth Rubin, scrittore e giornalista, nel suo Sinister. La città delle ombre, osa l’inosabile: Holmes e Moriarty collaborano per sventare un complotto che rischia di destabilizzare nientemeno che l’intero assetto geopolitico europeo e mondiale. Le minacce che gravano su un giovane attore teatrale diventano progressivamente ombre inquietanti sulla Gran Bretagna e sull’Europa, che vengono a trovarsi sull’orlo di una guerra come quella che di lì a poco coinvolgerà tutto l’occidente. L’intrigo internazionale – l’ennesimo sventato da Holmes – la cui base è un misterioso e sperduto albergo sulle Alpi svizzere ma le cui origini stanno in una spedizione archeologica in Palestina richiede che le intelligenze di Holmes e Moriarty si alleino per fare fronte alla creazione di superuomini che potrebbero rovesciare l’ordine mondiale e dare inizio a nuove forme di dominio da parte di un’aristocrazia “transumana”. Rubin sa bene quanto si somiglino Holmes e Moriarty, quanto l’ombra dell’uno si proietti sull’altro, quanto le due menti si completino a vicenda e, in fondo, quanto ognuno dei due abbia bisogno dell’altro per fare risaltare le proprie formidabili capacità intellettuali. La vicenda è narrata, in capitoli alternati, dalle voci di Watson e del colonnello Moran, il luogotenente di Moriarty: questa attenta “regia” consente a Rubin di esplorare la complessità dei due characters da punti di vista opposti e complementari, soprattutto per quanto riguarda Moriarty che Conan Doyle ha lasciato sempre nell’ombra. Sorprendente ma intrigante vedere come ognuno dei due geni esprima la propria “arte” su tele diverse, quella della verità per Holmes, quella del crimine per la sua nemesi.

***

La popolarità del detective di Baker Street sembra davvero inesauribile, capace di rigenerarsi a ogni epoca e linguaggio. Negli ultimi anni, a rinnovare la leggenda di Holmes hanno contribuito anche il cinema e la televisione: basti pensare alla serie Sherlock della BBC con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, che traspone con brillantezza e humour il canone holmesiano nella Londra del XXI secolo, tra smartphone, GPS e psicologi, mantenendo intatti il fascino dei personaggi e l’intreccio deduttivo; o, ancora, alla non perfettamente riuscita Gli irregolari di Baker Street (qui la mia recensione su pausacaffepansini.it). Diversa, ma ugualmente godibile, è l’operazione firmata da Guy Ritchie nei due film con Robert Downey Jr. e Jude Law – Sherlock Holmes (2009) e Gioco di Ombre (2011) – dove Holmes diventa un action hero tra arti marziali, esplosioni e macchinazioni steampunk, senza rinunciare all’ironia e alla collaudata presenza di Watson. Persino oltreoceano, nella serie Elementary, ambientata a New York, il detective e il dottor Watson (in versione femminile) vengono reinventati con esiti sorprendenti e intelligenti. Che sia in calamaio o in pixel, tra nebbie vittoriane o complotti globali, Holmes continua a indagare – e a farci indagare – dentro i misteri del crimine e dell’animo umano.

Anthony Horowitz, La casa della seta, Mondadori 2011

Gareth Rubin, Sinister. La città delle ombre, Longanesi 2024

***

L’antologia curata da Otto Penzler:

Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes, Mondadori 2020

Lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie (2009, con Robert Downing jr. e Jude Law)
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