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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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Polemos vs Polis. “Il Signore delle Mosche” tra Omero, Hegel e Arendt

Posted on 16 Marzo 202616 Marzo 2026 By Lucio Celot

W.Golding, Il Signore delle Mosche (1953)

Cos’è meglio: avere delle leggi

e andare d’accordo,

o andare a caccia e ammazzare?

Cos’è meglio, la legge e la salvezza,

o la caccia e la bestialità?

(Piggy)

La serie tv Il Signore delle mosche è una buona occasione, per chi ancora non l’avesse fatto, per leggere il romanzo di William Golding da cui Sky ha prodotto l’omonima miniserie in quattro episodi disponibile dal mese di febbraio. Occasione da non perdere, tanto più perché cade in una particolare congiuntura geopolitica e storica su cui la vicenda degli adolescenti narrata da Golding (una sorta di Robinson Crusoe/Lost anni ’50) sembra avere, ancora oggi, molto da dirci. L’aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina, il colpo di stato guidato da Trump in Venezuela e la guerra contro l’Iran messa in atto da USA e Israele hanno innescato una serie di dibattiti e riflessioni su un dato che sembra ormai incontrovertibile e cioè la fine del diritto e dell’ordine internazionale così come l’occidente li aveva costruiti a partire dal secondo dopoguerra e dopo la fine delle Guerra Fredda. La storia (che Golding preferisce definire “favola”) dei ragazzini che si ritrovano loro malgrado abbandonati su un’isola deserta dove tentano di ricostruire una parvenza di società civile e si ritrovano ben presto divisi in due fazioni che si affrontano senza esclusione di colpi, ripropone una serie di questioni filosoficamente complesse che intrecciano politica, etica e antropologia.

William Golding, Nobel per la Letteratura 1983

In breve, la vicenda: durante un conflitto nucleare che sta distruggendo il mondo, un aereo con a bordo adolescenti e bambini precipita su un’isola deserta nei mari del sud. Nessun adulto sopravvive e i ragazzi più grandi si danno da fare per organizzare la piccola comunità in attesa che qualcuno venga a recuperarli. Ralph, sostenuto da Piggy (il “grassone”), è da subito il leader riconosciuto: razionale, pragmatico, dotato di buon senso, si preoccupa soprattutto del benessere dei più piccoli e di tenere perennemente acceso un fuoco sulla cima della montagna che possa essere avvistato dalle navi in transito al largo. Attraverso il suono che produce soffiando all’interno di una conchiglia, Ralph convoca le assemblee in cui si prendono le decisioni vitali per il gruppo, tanto che la Conchiglia è immediatamente percepita da tutti come strumento e simbolo di una forma di democrazia diretta volta alla necessaria riorganizzazione di un ordine sociale. Ben presto, però, a Ralph e Piggy si contrappongono Jack e Roger con il gruppo dei Cacciatori: l‘isola pullula di maiali, l’approvvigionamento di carne è fondamentale per la sopravvivenza. Jack, tanto carismatico e vitale quanto Ralph è pacatamente razionale, rivendica per sé il ruolo di capo e spezza l’unità del gruppo: la sua “tribù” di “selvaggi” non vuole saperne di regole e leggi ma desidera vivere all’insegna del divertimento più sfrenato e privo di controllo. Lo scontro diventa inevitabile e gli esiti sono violenti e sanguinosi, almeno fino al ristabilimento finale dell’ordine ordine imposto nuovamente dall’istanza “adulta”.

Principio di realtà/principio di piacere; stato politico/stato di natura; Apollo/Dioniso; ordine/anarchia, potere/violenza, polis vs polemos: la “favola” di Golding (Nobel per la Letteratura nel 1983) ribadisce il principio per cui “città” e “guerra” si escludono a vicenda e si combattono lungo tutto l’arco della storia umana. Riecheggiano nelle pagine del romanzo, ma in una prospettiva inversa, quelle di Hannah Arendt in cui la filosofa ebreo-tedesca individua come origine della politica occidentale la prima guerra in assoluto, quella tra Greci e Troiani. È infatti da lì, dice la Arendt, da quel primo evento raccontato da Omero nell’Iliade e da cui trae origine la nostra Storia, che si apre lo spazio del politico; è dallo sguardo imparziale di Omero – che non canta solo i vincitori ma restituisce dignità anche ai vinti, che l’uomo greco impara a sostituire al campo di battaglia l’agone politico, al ferro delle armi l’abilità della retorica, al rumore sordo della battaglia l’eco dei logoi pronunciati nelle assemblee. Polis e Polemos, per quanto reciprocamente escludentisi, si accompagnano fin dall’origine della civiltà europea. Il Signore delle mosche, scritto da un disilluso Golding immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, inscena la regressione di questo processo virtuoso, che dalla Polis torna a sprofondare nel Polemos a causa della natura ontologicamente malvagia dell’essere umano: dall’ordine apollineo dell’assemblea al disordine orgiastico e dionisiaco della “tribù dei selvaggi”, quest’ultimo egregiamente raccontato dalla serie tv di Sky anche grazie a una scelta fotografica antinaturalista che satura all’inverosimile i colori e a una colonna sonora dissonante e disturbante.

È, mutatis mutandis, quello che sta accadendo negli scenari di guerra apertisi più o meno recentemente: alla figura geometrica del cerchio, che richiama l’assemblea deliberante in cui tutti sono uguali e hanno facoltà di parola, torna a sostituirsi quella della piramide, in cui è uno solo, il più forte e persuasivo, quello che comanda e sottomette tutti gli altri in totale spregio del diritto e delle ragioni altrui. Per dirla in termini più schiettamente politico-diplomatici, allo spazio isonomico del Palazzo di Vetro di New York si sostituisce la Sala Ovale di Washington, spazio decisionale monocratico, dionisiaco e narcisistico in cui si annullano i fragili principî del diritto internazionale: Jack e Roger, come Trump e Netanyhau nella realtà, sono le incarnazioni letterarie del crudo realismo hegeliano per cui è un’ingenua contraddizione in termini anche solo immaginare un’istanza giuridica suprema che stia al di sopra delle singole ragioni di stato. Quando Ralph e Piggy, ormai rimasti soli, si recano dalla parte dell’isola in mano a Jack per chiedere che vengano loro restituiti il Fuoco e gli occhiali di Piggy, lo fanno invocando il buon senso e perché “ciò che è giusto è giusto”: in tutta risposta, vengono derisi e malmenati dai “selvaggi”, Piggy ucciso e Ralph costretto a una fuga che si concluderà solo grazie all’arrivo provvidenziale e inaspettato dei “grandi” sull’isola. La Ragione è derisa, frustrata, calpestata.

 “Chiunque sia vissuto in questi anni senza capire che l’uomo produce il male come l’ape produce il miele dev’essere cieco o avere qualche problema mentale”

(William Golding nel 1962)

           Golding pronunciava queste parole durante una conferenza nel 1962 (per inciso, lo stesso anno della crisi di Cuba); noi, preso atto che il torvo Agamennone si è di nuovo seduto sul suo scranno, siamo costretti, più di sessant’anni dopo, a condividerne il senso profondo: Polemos ha distrutto Polis. Quale ordine rinascerà da questo nuovo incendio?

William Golding, Il Signore delle mosche, Mondadori 2024

Il Signore delle mosche, S01 (ep.1-4), USA 2026. Disponibile su Sky

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