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Anime+Pulp+Cyberpunk=Afro Samurai

Posted on 24 Gennaio 202624 Gennaio 2026 By Lucio Celot

Afro Samurai (Giappone-USA 2007)

Il bel libro di Marcello Ghilardi Filosofia nei manga, che consiglio vivamente agli appassionati che volessero saperne di più sulle forme dell’immaginario nei manga e negli anime giapponesi, dedica un intero capitolo alla questione dell’intreccio tra tradizione orientale e innovazione occidentale nella cultura nipponica. Spirito giapponese, cultura occidentale; moralità giapponese, tecnica occidentale erano gli slogan dei sostenitori della modernizzazione nell’impero del Sol Levante nella seconda metà del XIX secolo, quando iniziò l’apertura (inizialmente coatta) del Giappone nei confronti dell’occidente.

La tensione tra elementi tradizionali da un lato e futuristico-tecnologici dall’altro, l’ibridazione tra etica ed estetica tipicamente orientali e scenari post-apocalittici (inaugurati dal capolavoro di Otomo, Akira) propri di certo mainstream occidentale sono bene esplicitate da un autentico gioiello, purtroppo inedito in Italia, Afro Samurai, di cui è però disponibile il manga (edito da Panini). L’autore del fumetto e della serie televisiva è lo stesso, Takashi Okazaki, noto anche per le sceneggiature di diversi episodi di Star Wars: Visions. La miniserie, in cinque episodi, è in sostanza una revenge story: in un Giappone ancora feudale ma tecnologicamente avanzato, in una linea temporale evidentemente distopica rispetto al corso storico che conosciamo, il piccolo Afro, un bambino di colore, è figlio dell’unico possessore della fascia n.1, che rende chi la indossa un guerriero intoccabile e quasi divino, che nessuno può sfidare, tranne chi porta la fascia n.2; costui, però, può essere sfidato da chiunque desideri provare a detronizzare il n.1 e sostituirsi a lui. Afro, così chiamato per l’acconciatura che lo contraddistingue, assiste da bambino alla decapitazione del padre Rokutaro da parte del pistolero Justice, che diventa così il n.1. Da adulto, diventato possessore della fascia n.2, Afro andrà alla ricerca di Justice per vendicarsi, dovendosi però difendere da avventurieri che lo vogliono morto e da una misteriosa setta di monaci, gli Empty Seven, che vogliono impadronirsi di tutte le fasce per conquistare un potere assoluto sugli uomini. Afro Samurai non tralascia i riferimenti alla tradizione giapponese dei dojo, le scuole di arti marziali dove i futuri Samurai sotto la guida di un Maestro, imparano il Bushido, il Codice del Guerriero, come vediamo da alcuni flashback che danno conto dell’infanzia di Afro; non mancano amore (sia pure passeggero), tradimento e neppure un esuberante doppelgänger (immaginario?) di Afro che funge da logorroico contraltare critico alle azioni del Samurai (che, peraltro, lo zittisce con imperiosi shut up!).

La miniserie (di cui è disponibile il film sequel Afro Samurai: Resurrection) si contraddistingue innanzitutto per l’ambientazione fantasy-western, davvero spiazzante, che mette assieme l’epopea del West e lo Stephen King del ciclo della Torre Nera con una società nippo-feudale in cui gli epigoni degli antichi Samurai utilizzano, oltre alla tradizionale e micidiale katana, anche razzi anticarro, pistole, tecnologie di ibridazione uomo-macchina e sofisticatissimi microchip. Il protagonista, con la sua pelle scura e la capigliatura afro anni ’70 che ricorda i film della blaxploitation, vestito da rōnin e di pochissime parole (a proposito: nella versione americana chi lo doppia in un irresistibile slang afro-americano è nientemeno che Samuel Jackson!), attraversa un Giappone arido, polveroso, desolato e post-apocalittico guardandosi continuamente le spalle e sospettando di tutto e tutti: un’autentica battle royal (che è il modo con cui i giapponesi hanno ribattezzato il nostro  bellum omnium contra omnes di hobbesiana memoria) che Tarantino ha ripreso e sintetizzato nella celebre “sequenza degli 88 folli” in bianco e nero di Kill Bill (e davvero verrebbe da dire che Afro Samurai è un coacervo di situazioni “tarantiniane” se non fosse che il manga è stato scritto ben prima della storia della Sposa).

Ma è la scelta estetica di Okazaki a fare la differenza: strizzando l’occhio a Frank Miller, il disegno è “espressionista”, i corpi ridotti all’essenziale e scarnificati, la figura umana è “stilizzata” e l’unico colore, oltre al bianco e nero, è il rosso del sangue che sgorga, schizza, spruzza e dilaga durante i numerosi combattimenti che diventano autentiche mattanze; i contorni non sono mai netti e definiti, si ha la sensazione dello sporco, del caos, della polvere che infetta e rende opaca ogni cosa. E questo caos, il caos della modernità “liquida” in cui Afro è suo malgrado immerso, è accompagnato e sottolineato da un altro elemento straniante, la colonna sonora hip-hop di RZA e del suo Wu-Tang Clan (Okazaki ha dichiarato in più occasioni di essere un appassionato, oltre che di hip-hop, anche di jazz e rap).

Afro Samurai: c’è di tutto in questo originalissimo condensato di “meticciato pop”, dal pulp, a Terminator, ai duelli di Sergio Leone, fino a Star Wars, a Kurosawa e al cyberpunk di Gibson, in una commistione e (con)fusione che conferiscono all’anime ritmo adrenalinico, colpi di scena e la giusta dose di ironia. Che volete di più? Geniale, da vedere assolutamente…

Afro Samurai (Afuro Samurai)

Stagione 1 (ep.1-5)

Distribuzione: Giappone – USA 2007 (Fuji TV e Paramount Pictures, inedito in Italia)

***

Il manga:

Takashi Okazaki, Afro Samurai complete edition, Panini Comics 2008

***

Il sequel:

Afro Samurai: Resurrection di F.Kizaki, Giappone 2009 (film per la tv)

***

Per approfondire:

M.Ghilardi, Filosofia nei manga. Immagini dal Giappone contemporaneo, Mimesis 2010

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