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Cartapesta, trippe e ingegnaccio: Mario Bava, l’artigiano del cinema che piace a Ridley Scott

Posted on 8 Gennaio 20261 Febbraio 2026 By Lucio Celot

Terrore nello spazio (1965)

Dodici giorni al massimo per girare un film; il montaggio già chiaro in testa per risparmiare pellicola e soldi; modellini radiocomandati per gli effetti speciali; cartapesta e fogli di cellophane come scenografia. Questo e altro era e faceva Mario Bava, uno dei grandi registi italiani di B-movie che hanno insegnato il mestiere a mostri sacri del cinema hollywoodiano e nostrano come John Landis, Tim Burton, Quentin Tarantino, Joe Dante e Dario Argento, giusto per citarne alcuni. Maestro della fotografia, non pensava di fare il regista; poi, anche per sfruttare la moda dei vampiri e dell’horror che veniva d’oltreoceano, girò un film gotico, La maschera del demonio, che ebbe un grosso successo proprio in America e da quel momento Bava dovette barcamenarsi, spesso malvolentieri, tra vampiri, mostri, sangue e “morti a galla”.

            Bava si è sempre definito orgogliosamente un “artigiano” del cinema, cresciuto nel laboratorio, anzi, nella “bottega” del padre, anch’egli operatore nel cinema delle origini e sperimentatore in un’epoca in cui non esistevano specializzazioni e tutto si faceva con pochi mezzi, tanto entusiasmo e “l’ingegnaccio”. L’amore-odio, come lo definisce lo stesso Bava, per i “trucchi” risale a quelle esperienze; e per quanto riguarda l’ingegnaccio, basterebbe ricordare quanto raccontano i suoi collaboratori a proposito di Caltiki – Il mostro immortale, un horror ispirato al più famoso Blob, in cui la massa gelatinosa del mostro, ripreso in primo piano, altro non è che della trippa (esatto, trippa!!!) fatta tremolare ad arte da un assistente davanti alla mdp. Trippa che, dopo poche ore, iniziava a emanare un olezzo terrificante per la grande gioia di tutta la troupe…

            Riconosciuto come il padre dell’horror italiano a partire da I Vampiri (1956, anche se il regista accreditato è un altro), Bava è anche l’indiscusso maestro e iniziatore dello slasher o “giallo all’italiana”, il genere che ha poi fatto la fortuna del primo Dario Argento, con i suoi maniaci omicidi con la predilezione delle armi da taglio: valga per tutti Sei donne per l’assassino (1964), un film in cui, tra modelle in carne ed ossa e manichini inquietanti, l’assassino seriale cambia modus operandi per ognuna delle vittime, uccise con armi insolite in ambienti altrettanto poco convenzionali. Autore di una trentina di lungometraggi che spaziano anche nel peplum e nel fantasy, Bava non ha disdegnato nemmeno la fantascienza, quando ancora non si chiamava sci-fi.

Terrore nello spazio è il film che ha ispirato Ridley Scott per il suo Alien, autentico punto di svolta non solo nella storia del cinema ma anche per tutto l’immaginario fantascientifico sullo schermo. Tratto da un racconto breve e quasi sicuramente ispirato, per la prospettiva non antropocentrica, anche al racconto di Matheson Terzo dal Sole, Terrore nello spazio è il racconto di una spedizione spaziale che si trova costretta ad atterrare su un pianeta sconosciuto, abitato da una razza aliena morente che ha la capacità di impadronirsi dei corpi e delle menti degli astronauti dopo averli uccisi. I sopravvissuti della spedizione dovranno combattere per impedire la colonizzazione del proprio pianeta ad opera degli alieni: il finale, fedele al racconto, coglie di sorpresa, anche se qualche indizio è seminato qua e là per lo spettatore più attento ai dettagli.

Un ritratto di Mario Bava (1914-1980)

Come si vede, una trama fantascientifica con innesti horror che Ridley Scott ha ricalcato quasi fedelmente per dare vita ad una delle saghe sci-fi più apprezzate e amate (proseguita poi da Cameron, Fincher e Jeunet): la sequenza iniziale di Alien, quella in cui l’equipaggio del “Nostromo” scopre l’astronave piena di scheletri enormi, evidentemente appartenenti ad un’altra civiltà, è identica a quella del film di Bava. Ma ci sono, in Terrore nello spazio con tutto il suo “vampirismo” spostato dal corpo alla mente, anche L’invasione degli ultracorpi di Siegel (1956) e, soprattutto, La cosa da un altro mondo di Hawks (1951).

            Bava rimedia al risicato budget per la scenografia con i consueti mezzi: modellini, matte shots (riprese in cui si incorpora un primo piano con uno sfondo dipinto a mano su vetro), fondali di cartapesta che vengono spostati da una parte all’altra degli spazi scenici, fogli di cellophane in cui sono avvolti i corpi degli astronauti che risorgono al ralenti, nebbia artificiale e, soprattutto, un uso della luce assolutamente antinaturalistico, con un prevalere dei verdi e dei rossi che Bava non lesina. Più che illuminare, insomma, il regista colora: e il prevalere della visionarietà sulla coerenza del racconto, insieme alle improvvise e rapidissime zoomate ottiche in avanti sui volti dei personaggi, costituisce uno dei tratti distintivi del suo cinema.

            Ma lui, Bava, il regista-cult amato dalle nuove generazioni di registi italiani e non (vedi i due Diabolik dei Manetti Bros.) non ha mai preso sul serio il proprio lavoro perché, diceva, sono nel cinema da troppo tempo, conosco tutto e tutti, come potrei prendere sul serio quest’enorme, assurdo baraccone? E ancora: Sono sicuro di avere fatto solo grandi stronzate. Contro gli americani, per esempio. Loro con le loro superproduzioni, io con il mio geniaccio alla cazzo di cane. Per quel che riguarda l’estetica, quando vedo uno dei miei film vomito…: questo il livello di autoironia e autostima di un iniziatore di generi, maestro apprezzato perfino da Scorsese, nonché autore oggi rivalutato e riconosciuto dalla critica per la sua inconfondibile cifra stilistica. Come fai a non amare uno così???

Terrore nello spazio

Regia: Mario Bava

Distribuzione: Italia 1965 (col., 90 min.)

La monografia di A.Pezzotta, Mario Bava, il castoro cinema 2013, da cui sono tratte le dichiarazioni di Bava, è liberamente consultabile e scaricabile legalmente dal sito www.academia.edu.

Qui sopra, il documentario su Bava di G.Acerbo Operazione paura, prodotto da Sky, con interventi, tra gli altri, di Quentin Tarantino,  John Landis, Joe Dante, Roger Corman e Tim Burton
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