A.Pakula, Perché un assassinio (1974)
Questo è un comunicato, non una conferenza stampa, non saranno ammesse domande: con queste parole si apre e chiude, con una struttura perfettamente circolare, l’amaro e cupo The Parallax view, thriller (fanta?)politico di Alan J. Pakula del 1974, qui alla prova di mezzo della sua “trilogia politica” americana, dopo Klute (1971) e prima del celebratissimo All the President’s men del 1976.

Niente domande: così afferma per due volte a distanza di tre anni il Presidente della Commissione d’inchiesta chiamata a indagare su due delitti eccellenti. Il primo, con cui si apre il film, all’interno della Space Needle di Seattle, è quello del senatore indipendente e progressista Carroll, ucciso dal gesto apparentemente isolato di un cameriere (niente complotti, nonostante le illazioni della stampa: così conclude la Commissione d’inchiesta); il secondo, che chiude il plot, vede l’assassinio del senatore Hammond, secondo i media degno successore di Carroll. Tra i due omicidi, numerose altre morti: tutti i partecipanti alla festa nella torre di Seattle durante la quale Carroll viene ucciso muoiono in circostanze sospette. Jo Frady (Warren Beatty), giornalista indisciplinato ed ex alcolista, si costruisce una falsa identità e inizia ad approfondire la vicenda, scoprendo l’esistenza di un’organizzazione governativa parallela e segreta, The Parallax Corporation, che ha il compito di reclutare in tutto il paese un vero e proprio esercito di killer pronti all’omicidio politico. Scampato ad alcuni tentativi di eliminarlo, Frady non solo non riuscirà a smascherare pubblicamente il complotto ma diventerà, suo malgrado, un comodo capro espiatorio di un oscuro gioco troppo grande per lui.
I due Kennedy, Martin Luther King, Nixon, il Watergate, il disastro del Vietnam: nell’arco di dieci anni gli Americani scoprono la debolezza e il lato oscuro della loro democrazia, entrano nei paranoici anni ’70 e aprono gli occhi sugli abusi che la politica si arroga il diritto di compiere ai danni della vita democratica del paese. Quella che racconta Pakula, ma anche Coppola ne La conversazione (che esce nello stesso anno), è dunque un’America disillusa, che ha perso fiducia nella politica e nel proprio ruolo di leader mondiale, che si è scoperta nuda e fragile, impotente rispetto allo strapotere del sistema: la conclusione della vicenda di Jo Frady, così come quella di Harry Caul nel film di Coppola, è il suggello al ritratto di un’America disorientata e in preda alla paura, che ha perso del tutto la propria identità.
È necessario, quindi, spostare lo sguardo su un’altra America, trovare altri punti di vista per scoprire la realtà vera, che si nasconde sempre e non è mai quella che appare: se nel capolavoro di Coppola era l’udito (fallibile e ambiguo) il senso “al lavoro” per smascherare la verità, qui è lo sguardo, la vista lo strumento con cui Frady tenta di districare la matassa (le foto della festa a Seattle, le immagini di violenza e sangue con cui il giornalista viene bombardato in una sorta di rito iniziatico nell’edificio della Parrallax – e alzi la mano chi non ha pensato immediatamente alla kubrickiana “cura Ludovico” di Arancia Meccanica). Strumento a sua volta ingannevole, o quantomeno insufficiente a chiarire le trame del reale: l’uso insistito di campi lunghi, di totali e di scenografie geometriche complesse che rendono difficile allo spettatore inquadrare con precisione la figura umana rimanda all’incapacità del protagonista di afferrare e controllare il senso complessivo della vicenda. Alla new Hollywood, cui Pakula appartiene a buon diritto, interessa gettare lo sguardo nell’abisso di contraddizioni in cui versa l’America contemporanea, non edulcorare una parvenza di normalità cui non crede più nessuno.
Non è casuale, quindi, che la vicenda ruoti attorno a un giornalista (un Woodward/Bernstein che non ce la farà, potremmo dire), inizialmente osteggiato dal proprio direttore che non vuole affidargli l’inchiesta (ma si ricrederà quando sarà troppo tardi), impegnato a ricostruire una tela complessa a partire da pochi, fragili indizi, e a disvelare un paese che sta perdendo l’innocenza: Pakula prova a dirci che la libera stampa, autentico totem della cultura liberal americana, resta un baluardo irrinunciabile di democrazia (nel 1971 il “Washington Post” aveva pubblicato i Pentagon Papers, scoperchiando il vaso di Pandora del Vietnam), come aveva dimostrato la vicenda del Watergate su cui il regista tornerà qualche anno più tardi, attenuando in parte il pessimismo e il registro cupo di cui dà prova in questa pellicola. Restava, incontestabile, il fatto che, come scriveva Hannah Arendt nel 1972 in un saggio sul lato oscuro della politica americana, dietro al cliché ossessivamente ripetuto della “potenza più grande del mondo” si nascondeva in realtà il pericoloso mito dell’onnipotenza. E che era compito anche del “nuovo” cinema impegnarsi a favore della verità.
Ma questo “nuovo cinema” oggi non è più – inevitabilmente – nuovo: il film di Pakula, ad uno spettatore neanche troppo smaliziato del nuovo millennio, appare datato e ingenuo in alcuni passaggi (salireste su un aereo su cui sapete essere nascosta una bomba? una bomba che, guarda caso, scoppia solo dopo il miracoloso dietro front!!!), non avvincente negli inseguimenti e nei depistaggi, con un colpo di scena finale che in fondo ci aspettiamo (ma che forse gli spettatori degli anni ’70 non si aspettavano), con un Warren Beatty non proprio espressivo e al contempo eroico stuntman “senza macchia e senza paura” che affronta in uno scenario quasi da far west lo sceriffo “cattivo”. Non mancano, comunque, scelte registiche che ancora oggi possiamo apprezzare: il passaggio vita-morte dei vari personaggi realizzato con puntuali ellissi che evitano la retorica dell’assassinio; il buio pesto – a volte faticoso – che avvolge le ultime sequenze (chiaro riferimento all’impossibilità di vedere e quindi di riportare la verità alla luce) che già proletticamente si ritrova come spessa cornice di apertura – e poi di chiusura – a inquadrare i giudici (quasi impietriti), a loro volta, quindi, immersi nella profondità dell’ignoranza; la sequela incalzante di fotografie che si accavallano e si sdoppiano davanti ai nostri occhi fino a stordirci; la perfetta struttura circolare della narrazione, in cui il piccolo rettangolo d’apertura in fondo campo progressivamente si ingrandisce per farci vedere in primo piano i componenti della commissione d’inchiesta (siamo vicini alla verità?) e in cui, invece, la chiusura ripropone lo stesso rettangolo che pian piano si rimpicciolisce sul fondo (la verità non è ormai recuperabile, si va allontanando). E, infine – ma elemento fondamentale -, ancora attuale è il titolo originale Effetto parallasse (stravolto, come spesso accade, nella versione italiana) e il suo valore simbolico: siamo incapaci di vedere perché non guardiamo nella giusta prospettiva, ci accontentiamo della semplice e facile parallax view che, mettendo in fila l’uno dietro l’altro gli avvenimenti in una dritta e rassicurante linea continua, ci dà l’illusione di vedere la realtà, mentre questa è nascosta negli scarti che balenano davanti ai nostri occhi solo quando guardiamo gli avvenimenti nelle loro relazioni non banalmente contigue.
Perché un assassinio (The Parallax View)
Regia: Alan Pakula
Distribuzione: USA 1974 (col., 102 min.)

