Skip to content
lucio celot visioni, letture, immaginario
le Storie che restano le Storie che restano

un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

  • Home
  • le storie lette
    • libri
    • graphic
  • le storie viste
    • cinema
    • serie Tv
  • le storie del Re
  • Chi sono
le Storie che restano
le Storie che restano

un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

Portano i “peót” ma somigliano a noi

Posted on 17 Marzo 202617 Marzo 2026 By Lucio Celot

Shtisel (Israele, 2013-2021)

Diciamolo sinceramente: li abbiamo visti vivere, gioire e soffrire nella loro ristretta comunità ultraortodossa, abbiamo criticato molte delle loro credenze e dei loro riti sociali, siamo rimasti perplessi di fronte all’accanimento con cui studiano e commentano la Torah, per non parlare del modo con cui le famiglie organizzano fidanzamenti e matrimoni per i figli o dell’attenzione che a noi appare quasi patologica verso tutto ciò che è kosher e non lo è…ma quando scorrono i titoli di coda dell’ultimo episodio di Shtisel, produzione israeliana quasi decennale, cominciamo già a sentire la loro mancanza. Sì, perché per quanto Shulem, Akiva, Giti, Lippe, Ruchami, Hanina e tutti i comprimari della comunità di Haridin del quartiere  Geula di Gerusalemme professino una fede diversa dalla nostra, non utilizzino i social, non abbiano una TV in casa, alla fine li sentiamo simili a noi: è un’autentica comédie humaine, dal ritmo e dal respiro ottocenteschi nella sua coralità, la serie che negli ultimi quattro anni (da quando è approdata a Netflix) ha fatto innamorare di sé milioni di spettatori in tutto il mondo, in primis proprio gli israeliani laici, peraltro trattati decisamente male – perfidi maledetti!, li apostrofa più volte zio Nuchem – dalla comune considerazione degli ultraortodossi.

            Narrazione corale, si diceva, e come tale difficile da riassumere qui. Un intero quartiere di Gerusalemme, quello di Geula, abitato dagli Haridin, una corrente chassidica, fa da sfondo alle vicende della famiglia Shtisel. Da nonna Malka (che diventa tele-dipendente di Beautiful in un ospizio per anziani), a suo figlio Shulem (ultrasessantenne insegnante e poi preside di una scuola religiosa), ai nipoti Akiva (vero protagonista della serie) e Giti (figlia di Shulem e in crisi a causa del tradimento del marito Lippe), ai giovani pronipoti Ruchami e Yosa, che con le loro scelte sentimentali mettono in difficoltà la propria famiglia, fino ai comprimari che accompagnano gli Shtisel nella loro vita quotidiana (tra tutti, i vari mediatori che combinano i primi appuntamenti tra ragazze e ragazzi per l’eventuale matrimonio), la serie è stata apprezzata soprattutto per avere aperto al mondo un universo sconosciuto e sovraccarico di luoghi comuni che gli sceneggiatori hanno invece provveduto a smentire. È significativo che Shtisel abbia fatto registrare giudizi positivi sia di pubblico che di critica pur essendo priva di tutti gli elementi tipici dell’intrattenimento mainstream: non ci sono sesso, violenza, turpiloquio, armi, sparatorie, finanza aggressiva e qualunque altra cosa vi venga in mente quando pensate alle serie tv di successo. E questo perché lo sguardo rivolto alla comunità di Geula è scevro di pregiudizi ideologici, religiosi o valoriali: semplicemente, le vite di Akiva o di Giti sono esattamente come le nostre, con le stesse ansie (i soldi che non bastano, l’educazione dei figli), gli stessi dilemmi (seguo le mie passioni o mi trovo un lavoro rispettabile che mi consenta di mettere su famiglia?), solo vissute alla luce di una guida che è quella dei dettami religiosi, seguiti e rispettati non per mera abitudine esteriore ma con la consapevolezza che solo la Torah e i suoi precetti assicurano al singolo la salvezza ed un ruolo nella comunità. Ci sono, insomma, un affetto, una pietas, un umorismo di fondo e soprattutto un’empatia nel modo di raccontare l’ebraismo ultraortodosso che azzerano nello spettatore laico qualunque atteggiamento di superiorità morale o intellettuale.

D’altra parte, se da un lato si ha la sensazione che in Shtisel non succeda granché (o quasi), è anche vero che ogni storia è tale soltanto in quanto porta con sé un conflitto: e qui di conflitti ce ne sono parecchi. A partire da quello che dà continuità alle tre stagioni, lo scontro generazionale tra Akiva e il padre Shulem: il primo è un giovane trentenne che scopre di avere un talento per la pittura e il disegno, e vorrebbe farne una professione, specie quando un gallerista di prestigio gli organizza addirittura una personale nel quartiere; l’altro, il padre (meglio, il Padre), lo vorrebbe vedere “sistemato”, sposato e con una professione “normale”. Già affrontato in un classico dell’ebraismo, Il mio nome è Asher Lev (1972) del rabbino-scrittore Chaim Potok, è il conflitto che, d’altra parte, alberga nello stesso cuore di Akiva, dimidiato tra l’inclinazione artistica e il rispetto per le regole della religione (che vieta la rappresentazione iconografica del creato) e la rispettabilità agli occhi della comunità. Si tratta, in fondo, del racconto di un parricidio, consumato non senza tentennamenti e crisi di coscienza, ma anche favorito e accelerato da un’inaspettata irruzione dell’elemento sentimentale. Ma anche altri personaggi vivono scissioni e lotte interiori: Giti, l’altra figlia di Shulem, deve fare i conti con un marito che per un lungo periodo l’abbandona, la tradisce e poi ritorna a casa. Lo ha davvero perdonato? E Lippe, il marito fedifrago (altro personaggio tra i più riusciti della serie), davvero si è pentito? Come spesso capita, sarà in un momento drammatico per la vita della famiglia che i nodi verranno (positivamente) al pettine. E, naturalmente, non poteva mancare la ribellione dei Figli ai Padri: le nuove generazioni, pur nel rispetto dei sacri precetti, vogliono dare ascolto anche ai propri sentimenti, non solo a quanto la comunità o la famiglia decidono per loro. Yosa e Ruchami, i figli di Giti e Lippe, daranno non poche preoccupazioni ai genitori per la loro scelta di vivere liberamente le rispettive storie d’amore.

Dunque, niente stereotipi né cliché nel racconto dei cinque-sei anni lungo i quali si dipanano le storie della numerosa famiglia Shtisel in quel di Gerusalemme; anzi, scopriamo con sorpresa e partecipazione quanto la vita di quegli uomini vestiti sempre di nero, che studiano per un’intera esistenza nelle loro Yeshivot i testi sacri e che si muovono in quel modo curioso davanti al Muro del Pianto, quando tornano a casa sono esattamente il nostro specchio, pur se è un dio diverso dal nostro quello che quotidianamente pregano e li accompagna. Humani nihil a me alienum puto…

Shtisel (id.), Israele 2013-2021

Stagioni 1-3 (ep.1-33)

Distribuzione: Netflix

le storie viste serie Tv Lucio CelotNetflixShtisel

Navigazione articoli

Previous post
Next post

Related Posts

le storie viste

Ha il colore bianco il terrore nel Grande Nord

Posted on 15 Gennaio 202631 Marzo 2026

The Terror (USA 2018) Uno dei capitoli più noti del Moby Dick di Melville si intitola “La bianchezza della balena”: in quelle pagine l’autore nota come il colore bianco, quando sia associato a oggetti o esseri già di per sé terribili, accresca ai limiti estremi il terrore che essi suscitano….

Read More
le storie viste

Immagini dal futuro: i sogni elettrici di Philip K.Dick

Posted on 12 Marzo 202612 Marzo 2026

Electric Dreams (UK 2017) Philip Kindred Dick, chi era costui? Quando, nel 1982, uscì sugli schermi Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott che ha rivoluzionato l’immaginario fantascientifico, solo i lettori appassionati di sf sociologica conoscevano l’autore di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (il romanzo che ha ispirato il…

Read More
cinema

“Questo non è un film sul Vietnam…questo film È IL VIETNAM!”

Posted on 28 Marzo 202628 Marzo 2026

F.F.Coppola, Apocalypse Now (1979) “Non è un film sul Vietnam, è il Vietnam. Proprio come gli americani in Vietnam, ci siamo trovati in mezzo alla giungla con troppi uomini, troppi mezzi, troppi soldi e poco alla volta siamo impazziti” (F.F.Coppola) Le parole di Francis Ford Coppola alla conferenza stampa al…

Read More

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Così fa il Re
  • Prima di Hitchcock, c’era Wilkie Collins
  • Nel verso giusto della ragione: Rouletabille, Cartesio e l’enigma della camera chiusa
  • Eravamo quattro amici a Mitsuba
  • Dark Winds, dal Western al “Native Noir”
  • Basta con “Twilight”: Skinner Sweet succhia davvero!
  • Spinoza, o della psicanalisi
  • La postdemocrazia è un buon analgesico
  • Dal trauma cosmico, solo una nuvola di possibili
  • C’è del metodo in questa smemoratezza

Adelphi Agatha Christie Alan Moore Amazon Prime Video anime AppleTv b-movies Charlie Kaufman classici da rivedere Corto Maltese crime DC Comics Disney+ distopie Dracula&Co Graham Greene H.P.Lovecraft Hideo Nakata horror Hugo Pratt I mondi incantati di Miyazaki J-horror John Carpenter kwaidan L'incubo di Hill House letteratura Lucio Celot Medioriente Michel Foucault Mike Flanagan Milo Manara Mubi Netflix New Hollywood noir P.K.Dick sci-fi Sherlock Holmes Shirley Jackson Sky Sky Atlantic spy-story Stephen King Stranger Things Studio Ghibli The Haunting Trilogia dell'Apocalisse Vietnam War 50th war movies western

  • Luglio 2026
  • Giugno 2026
  • Maggio 2026
  • Aprile 2026
  • Marzo 2026
  • Febbraio 2026
  • Gennaio 2026
  • Dicembre 2025

Siti amici

  • Pausa Caffè Pansini — blog del Liceo Pansini di Napoli
  • Carmilla — letteratura e cultura d'opposizione
  • Ondacinema — webzine cinematografica
  • Wired Italia — scienza, immaginario, cultura
  • Rollingstone Italia — news su musica, cinema, tv
  • Lipperatura — il blog di Loredana Lipperini
  • Giap — il sito ufficiale di WuMing
  • Fumettologica — fumetti e mondi pop
  • Cineteca di Bologna — conservare il patrimonio cinematografico
  • Quinlan — rivista di critica cinematografica
  • Seriangolo — le serie tv da non perdere

Questo blog è un sito amatoriale, non è una testata giornalistica e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.
Alcune delle immagini presenti nel blog sono prese dal web.
I copyright appartengono ai rispettivi proprietari.
Se ritieni che qualche contenuto debba essere rimosso, contattami tramite mail a luciocelot62@gmail.com.
Non sono responsabile del contenuto dei siti collegati tramite link, che potrebbe variare nel tempo.

© 2026 Le storie che restano
Il sito rispetta la normativa vigente in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679 – GDPR).
Privacy Policy – Cookie Policy

©2026 le Storie che restano | WordPress Theme by SuperbThemes