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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

Perduti e confusi nel perturbante intreccio dei tempi

Posted on 13 Gennaio 202614 Gennaio 2026 By Lucio Celot

Dark (Germania 2017-2020)

La distinzione tra passato, presente e futuro è solo un’illusione ostinatamente persistente: l’affermazione di Abert Einstein, uno che di Tempo (e tempi) se ne intendeva non poco, apre la prima sequenza della serie tedesca Dark, a tutt’oggi riconosciuta come una delle migliori offerte da Netflix negli ultimi anni. Ispirati dagli archetipi letterari A Christmas Carol di Dickens (1843), Un Americano alla Corte di Re Artù di Twain (1889) e The Time Machine di Wells (1895), cinema e televisione hanno ampiamente ripreso e sviluppato il topos del viaggio nel tempo: senza citare per l’ennesima volta i classici del genere, basti ricordare qui i (relativamente) recenti Interstellar di Christopher Nolan e la serie Doctor Who (a sua volta una riedizione della serie classica iniziata negli anni ’60) con tutti i suoi spin-off. La scelta narrativa del viaggio nel tempo consente di costruire trame che giocano soprattutto sui paradossi temporali: il ritorno nel passato o una proiezione nel futuro consentono di condizionare e modificare il presente (come nella trilogia di Back to the Future o la saga di Terminator) in un loop destinato a ripetersi all’infinito. In Dark, come si vedrà a breve, le cose funzionano in modo diverso e molto più complesso.

2019. Nella città di Winden, in Germania, la sparizione del piccolo Mikkel e le conseguenti ricerche stravolgono la tranquilla comunità borghese e portano alla luce l’inquietante segreto che tormenta la cittadina: la centrale nucleare, il cui profilo si staglia minaccioso fin dalle prime inquadrature, nasconde la possibilità di viaggiare avanti e indietro nel tempo a intervalli di 33 anni. Jonas, il personaggio principale della storia, è un autentico viaggiatore del tempo, alla ricerca spasmodica e ossessiva del modo per “rimettere tutto a posto”, liberare cioè Winden e i suoi abitanti dalla maledizione dell’instabilità temporale cui sembrano tutti condannati. Le vicende di Jonas, Ulrich, Michael, Regina e delle rispettive famiglie si estendono tra il 1888 e arrivano fino al 2052; attraverso le loro “migrazioni temporali” lo spettatore può conoscerne e comprenderne il vissuto, le motivazioni alla base delle loro azioni, i traumi che ne hanno costituito l’esistenza, fino all’apocalisse (?) finale.

Pur essendo presenti in Dark alcuni degli elementi tradizionali del viaggio nel tempo, come i portali e altri dispositivi tecnologici che consentono il passaggio da una dimensione all’altra (che qui sono ben sei!) o l’incontro con un se stesso più giovane o più anziano, non siamo di fronte ad un viaggio “lineare”, semplicemente avanti o indietro rispetto al presente della finzione narrativa: i tempi e le esistenze si intrecciano in un modo che diventa progressivamente inestricabile, la vicenda si trasforma in un rompicapo che fa della serie un autentico mind game, i personaggi si sdoppiano e triplicano, hanno volti – e sono interpretati da attori – diversi nei diversi segmenti temporali in cui vivono e convivono con i loro se stessi degli altri tempi. Come si intuisce, la struttura narrativa di Dark (che utilizza il filone del nucleare e delle sue potenziali conseguenze catastrofiche) è complessa, informe, richiede allo spettatore una grande attenzione ai dettagli, vedere il futuro o il passato di questo o quel personaggio illumina ogni segmento temporale di nuova e inaspettata luce; nei primi episodi, fino a che non ci “orientiamo” nella selva dei tempi, dobbiamo sforzarci di riconoscere l’identità dei protagonisti (che sono molti, data la dimensione corale della storia)  che abbiamo incontrato in un altro segmento temporale ma ancora non capiamo chi siano.

L’inestricabilità della trama è dovuta anche alla scelta degli sceneggiatori di non optare per la “facile” e prevedibile soluzione dei paradossi temporali ma, al contrario, di fondare lo storytelling della serie sul cosiddetto “principio di autoconsistenza” secondo il quale il passato è immodificabile: per quanto Jonas e gli altri si sforzino di cambiare il corso del tempo, il loro destino deve piegarsi agli eventi e assecondarli. È il “paradosso della predestinazione”, l’ulteriore condanna cui sembra doversi rassegnare l’universo di Winden.

Anche Dark, come buona parte della produzione seriale contemporanea, è figlio della “madre di tutte le serie” tv che hanno caratterizzato la cosiddetta terza golden age della televisione (grosso modo dal 2000 in poi), cioè Twin Peaks (1990-1991) di David Lynch e Mark Frost: il “lato oscuro” della vita di provincia, americana o europea poco importa, emerge prepotente a scalzare la tranquillità dell’ideologia borghese, a metterne in luce gli aspetti aberranti e perturbanti, a sottolineare l’ipocrisia della middle-class con il suo ideale normativo di rispettabilità. Se in Twin Peaks era la doppiezza nascosta e segreta delle vite a fare implodere la comunità, in Dark c’è addirittura un proliferare di identità e tempi i cui segreti possono essere colti solo da uno spettatore partecipe, appassionato e attento. Detto chiaramente e senza mezzi termini: la serie è consigliata a tutti ma non è per tutti…

Dark (id.),Germania 2017-2020

Stagioni 1-3 (ep.1-26)

Distribuzione: Netflix

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