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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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“The Tramp” è un pericolo pubblico per i benpensanti d’America

Posted on 31 Gennaio 2026 By Lucio Celot

C.Chaplin, Tempi Moderni (1936)

Massificazione e alienazione dell’individuo, critica dei dispositivi di controllo biopolitico, ribellione e sconfitta: il Novecento, il secolo delle masse e del fordismo, è già tutto in nuce nel profetico film di Chaplin Modern Times, l’ultimo in cui compare la maschera del Vagabondo, the Tramp, qui alle prese con l’America disperata della crisi economica e della disoccupazione.

America, anni ’30: alienato dal lavoro di fabbrica e preda di un esaurimento nervoso, il protagonista senza nome del film viene dimesso da una clinica e riabilitato alla vita civile. Scambiato per un sovversivo, viene arrestato e recluso in un carcere dove riesce a sventare una rivolta e a guadagnarsi la grazia. Una volta libero conosce la Monella, una giovane ragazza orfana di madre e padre che vive di espedienti per sfamare i fratellini più piccoli: per scagionarla dall’accusa di furto si addossa la colpa e si fa nuovamente arrestare. Riguadagnata la libertà, per i due si schiude finalmente il miraggio di una vita all’insegna della dignità e dell’amore, ma dovranno fare i conti con la crisi economica e con una legge tanto inflessibile quanto disumana.

La “macchina sparacibo”: lavoro e alienazione

Chaplin sembra qui mettere in scena non solo le pagine marxiane del 1844 sulla condizione alienante del lavoro di fabbrica ma anche le coeve riflessioni dei pensatori di Francoforte sul rapporto perverso che si è instaurato nel Novecento tra società di massa e tecnica spersonalizzante. Dunque, nulla di più lontano dalla figura “eroica” dell’operaio dominatore della τέχνηche pochi anni prima (1932) era stata delineata da E.Junger ne L’operaio.

Film profetico, si diceva sopra, anche per altri motivi. Il primo è quello del Tempo, esplicitato nell’incipit del film, nel quale un orologio occupa l’intera inquadratura su cui scorrono i titoli di testa: il Novecento è il “secolo breve” (Hobsbawm) perché è il secolo della velocità, della produzione seriale, del taylorismo in cui alla riduzione del tempo quantitativo impiegato nella produzione corrisponde una diminuzione della qualità della vita. Che il tempo sia denaro lo sa bene il direttore della fabbrica che vuole aumentare i ritmi di produzione; ma che questo tempo, nell’incrementare la ricchezza di uno sottragga la Vita ai molti, lo sa bene anche l’operaio-Chaplin che non riesce a neppure a fumare un’intera sigaretta durante la pausa. E proprio per il tema del controllo sociale Tempi Moderni può essere considerato un vero e proprio compendio del Novecento. Chaplin sbatte letteralmente in faccia allo spettatore, in rapida sequenza, tutti i “dispositivi” repressivi di controllo psico-fisico (Freud, Foucault) con cui il Potere “militarizza” l’individuo al fine di orientarne le energie: non solo la Fabbrica con i suoi orari e i suoi spazi ben delimitati ma anche la Prigione (dove riportare alla “normalità” “l’anormale” ma in cui circola liberamente la cocaina) e la Polizia (braccio violento della Legge quasi sempre messo alla berlina). E lo sberleffo alla sacralità dell’american way of life non verrà perdonato a Chaplin: l’esilio dall’America è stata la meschina risposta con cui il Re nudo ha voluto punire il Buffone di corte.

Significativa è la sequenza che chiude, portandola al culmine, la prima macrosequenza del film, completamente ambientata nella fabbrica e nella quale facciamo la conoscenza del protagonista nonché delle condizioni di lavoro nella catena di montaggio. Nella sala macchine, cuore pulsante della fabbrica, Chaplin, a passo di danza e in preda a un evidente stato di alterazione, opera un sabotaggio dei macchinari che provoca addirittura un’esplosione; ritornato alla catena di montaggio, con movimenti da ballerino classico costringe i compagni di lavoro a interrompersi più volte spruzzandoli d’olio lubrificante; prosegue l’opera di “disturbo” presso un altro reparto e poi, novello Tarzan, si arrampica su una catena sospesa con la quale si sposta in volo fino all’inevitabile cattura (non senza avere prima imbrattato lo stesso direttore). Infine, viene forzatamente caricato su un’ambulanza e portato via.

La sequenza è tutta giocata sull’effetto straniante dovuto al contrasto tra lo stato psichico del protagonista, ormai in evidente stato confusionale, totalmente consumato e alienato dagli stressanti ritmi di lavoro, e la leggerezza, levità e grazia dei movimenti con cui abbassa e alza le leve nella sala macchine, innaffia d’olio chi gli sta attorno, si arrampica lungo le strutture della fabbrica e “vola” in un improbabile anelito di libertà dalla schiavitù del lavoro. Il “luddismo” e la critica alla logica del capitalismo sono espressi qui da parte di Chaplin senza mezzi termini, sia pure sotto la maschera del comico: il rifiuto del lavoro e della conseguente perdita di sé messo in scena in questa sequenza prefigura le altre disavventure professionali del protagonista: al cantiere navale, al centro commerciale, infine al ristorante (i polsini con il testo della canzone scivolano via…).

L’operaio impazzisce definitivamente

Rifiuto del lavoro, rifiuto dell’autorità: il personaggio di Chaplin ci si offre in queste immagini come una nuova incarnazione del misterioso Bartleby melvilliano; i suoi tentativi (inconsci e fallimentari) di sottrarsi a tutte le relazioni di dominio e di sovvertire il Potere in tutte le sue forme ne fanno un eroe anarchico e romantico ad un tempo.

Tempi Moderni (Modern Times)

Regia: Charlie Chaplin

Distribuzione: USA 1936 (b/n., 87 min.)

***

Qui l’approfondimento sul sito della Cineteca di Bologna

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