G.De Maria, Le Venti Giornate di Torino (1977)
Nessuno ha mai osato compiere una diagnosi approfondita
di quei fatti, si è preferito coprirli con la congiura del silenzio,
negando addirittura l’evidenza.
Gli esecutori materiali dei delitti
sono entità troppo al di là di ogni sospetto
perché li si possa menzionare senza sentirsi franare la ragione.
La cosa più strana dei monumenti:
non si notano affatto. Nulla è più invisibile.
(Robert Musil)
Che cosa è successo a Torino durante una calda e siccitosa estate di fine anni ’60, quando per venti giorni i suoi abitanti sono stati colpiti da una sorta di epidemia di insonnia e, contemporaneamente, si sono verificati una serie di efferati delitti apparentemente perpetrati da mani non umane? Di chi erano le urla “metalliche”, sovrannaturali che qualche testimone dichiara di avere distintamente udito in quelle notti di luglio, mentre un lezzo mefitico come di aceto si spandeva nell’aria della città sabauda? Giorgio De Maria, scrittore pressoché sconosciuto ai più ma sodale di Calvino e di Fortini nell’impresa di rinnovare la canzone italiana nel Cantacronache a cavallo tra i ’50 e i ’60, pubblica nel 1977 questo breve romanzo che in America fu addirittura definito dal New York Times “l’avanguardia del new horror”.

Racconto quasi kafkiano, più surreale che orrorifico, per quanto non manchino effetti gore nelle descrizioni dei crimini, Le venti giornate di Torino ha come sottotitolo Inchiesta di fine secolo: l’io narrante, alter ego di De Maria, cerca, dieci anni dopo i fatti, di ricostruirli attraverso alcuni testimoni (dei quali uno, quello in possesso di strani nastri che hanno registrato suoni e voci “provenienti da fonti non identificabili”, farà una brutta fine) e di parenti delle vittime. C’è di mezzo anche una Biblioteca molto particolare – anticipazione geniale e inconsapevole dei social e dell’autopubblicazione che oggi impazza online – sui cui scaffali non campeggiano libri rilegati e pubblicati dalle case editrici ma manoscritti di cittadini comuni che in quei brogliacci e fogli sparsi mettono giù le proprie frustrazioni, idiosincrasie, emozioni, rabbie e quant’altro; e poi ci sono loro, le Statue, monumenti silenti e onnipresenti nella città dei Savoia che paiono avere, nell’oscura vicenda, un ruolo di primo piano.
Tra Borges, Lovecraft, Hope Hodgson, Landolfi, Dario Argento e perfino Roman Polanski (come si legge nella bella postfazione di Giovanni Arduino, traduttore di King), De Maria utilizza lo scenario di Torino non per calcare la mano sulla sua fama (scontata) di capitale della magia, di città esoterica, demoniaca e occulta ma, al contrario, per costruire una trama in cui è evidente lo stridore tra la “città automobilistica e sabauda”, permeata di solido e razionale buon senso, e gli eventi sanguinosi e surreali di cui è teatro. Ma De Maria ci parla anche di altro, dietro i delitti e gli strani fenomeni registrati dai torinesi in quelle notti ci sono alcuni giovani, “poco più che dei ragazzi, ben pettinati e ben vestiti” e si mormora che alle loro spalle agiscano forze oscure, organizzazioni nazionali e internazionali bramose di vendetta: chiaro riferimento ai neofascisti degli anni dell’incipiente strategia della tensione e dei terribili anni di piombo, di cui Torino fu, insieme a Milano, Roma, Genova, Palermo, protagonista suo malgrado. Il finale è all’insegna di un orrore cosmico tra Lovecraft e il Leopardi del Dialogo della Natura e l’Islandese e di un nichilismo che fanno del romanzo, a ragione, un “libro maledetto”.
Giorgio De Maria, Le Venti Giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo, Neri Pozza 2024
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Per saperne di più sull’autore e il romanzo:
G.Arduino, Il Diavolo è nei dettagli. La storia de Le venti giornate di Torino, Frassinelli 2017

