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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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Morire? Una ragione di m***a per non vivere!

Posted on 11 Gennaio 202626 Aprile 2026 By Lucio Celot

The Midnight Club (USA 2022)

A quelli prima e a quelli dopo,

a noi ora e a quelli oltre.

Visibili o non visibili,

qui ma non qui.

(C.Pike, The Midnight Club)

La funzione salvifica ed esorcizzante dello storytelling: ecco, se proprio si dovesse a tutti i costi sintetizzare al massimo il senso ultimo della miniserie di Flanagan ispirata al romanzo di Cristopher Pike, sarebbe proprio quello di un amorevole ed empatico tributo alle storie che ci salvano la vita, che dilatano il tempo soggettivo per darci l’illusione di allungare la nostra vita prima del “grande nulla” che ci attende inesorabile. Idea non nuova, certo: ci avevano già pensato la Shahrazād delle Mille e Una Notte e “l’allegra brigata” di giovani che si ritira da Firenze nel Decameron di Boccaccio a tentare di venire a patti con la Morte attraverso il racconto orale.

In The Midnight Club, però, la brigata di giovani è tutt’altro che allegra: si tratta di otto giovani poco più che adolescenti, tutti malati terminali che (siamo nel 1994) hanno deciso di passare il loro ultimo tempo nell’hospice di Brightliffe, una magione fondata all’inizio del Novecento, dal passato piuttosto oscuro e misterioso (c’è stato almeno un caso di guarigione inspiegabile, per non dire miracolosa), forse anche infestata, dove agli ospiti viene prestata assistenza medica e psicologica come “accompagnamento” verso un destino irrimediabilmente segnato dalle rispettive patologie. Ilonka, Kevin, Sandra, Spencer, Cheri, Natsuki, Amesh e Anya, la tosta del gruppo (ma, in fondo, la più spaventata), hanno i giorni contati e, proprio per questo, lungi dal rinchiudersi nell’isolamento del dolore o della rabbia, fanno comunità attraverso la condivisione della loro precaria condizione e la cura reciproca. Ogni sera, rispettando la tradizione quasi centenaria del midnight club di Brightcliffe, si riuniscono nella sala del grande camino dove ognuno racconta una storia; e qui stringono tra loro un patto, quello di inviare dall’aldilà, una volta morti, un segno tangibile ai sopravvissuti del gruppo. La dimensione più specificamente perturbante della serie è costituita dall’inquietante storia della casa: ci sono un misterioso seminterrato dove in passato si sono tenuti arcani rituali di guarigione ispirati alla mitologia greca, due figure spettrali che sembrano aggirarsi nei tortuosi e labirintici corridoi dell’hospice, Ilonka e Kevin che entrano in possesso di un grimorio, un libro demoniaco contenente le istruzioni dei rituali di una setta chiamata Paragon. E poi: chi è davvero Shasta, la proprietaria dei boschi nei dintorni di Brightcliffe? E la direttrice Georgina Stanton (interpretata da Heather Langenkamp, la protagonista negli anni ’80 della saga di Nightmare), su cui indugia a lungo la mdp nell’ultima sequenza della stagione prima dei titoli di coda, cosa nasconde dietro il suo apparente scetticismo circa i misteri della casa?

Questa dimensione orizzontale si accompagna al carattere “antologico” che la serie acquisisce grazie ai racconti autoconclusivi (con un’eccezione) dei ragazzi, narrazioni che in ogni episodio omaggiano generi diversi, dall’horror alla fantascienza fino alla detective story anni ’40: non tutte riuscite, va detto, ma che contribuiscono a variare il registro delle emozioni e a dare al tutto un impianto metanarrativo decisamente apprezzabile.

Qualche lungaggine di troppo e, al contrario, troppo poco spazio alla storia di Brightcliffe, dei due anziani fantasmi e della miracolosa guarigione di Julia Jayne sono forse le uniche pecche del lavoro di Flanagan, anche se è legittimo il dubbio che certi vuoti e sospensioni nella narrazione siano voluti per lasciare spazio ad una seconda stagione (al momento non annunciata); azzeccata, altresì, l’idea di fare degli stessi giovani narratori i protagonisti delle storie che raccontano, sempre legate in qualche modo al loro, personale vissuto (una menzione particolare va alla storia di Natsuki, che affronta il difficile e delicato tema del suicidio tra gli adoescenti). La “poetica della morte” di Flanagan rende semplicistico definire “horror” la sua produzione: si tratta, più propriamente, di lavori che riflettono sulla paura della perdita, sul tempo che tutto porta via con sé, sulla famiglia e le sue storture patologiche, sull’insensato attaccamento alla vita che ci porta, alla disperata, a credere a improbabili e cinici dispensatori di rimedi miracolosi. Meglio vivere la vita prendendosi tutto il buono che ci può dare, anche se sappiamo che non durerà: come comprende bene Kevin, sapere di avere poco tempo a disposizione non è una buona ragione per sprecarlo e rinunciare ad amare.

E comunque, il patto del Club della Mezzanotte verrà rispettato: il segno arriverà, inatteso, proprio quando pensavamo che, oltrepassata la soglia, ad attendere Anya ci fosse solo il nulla eterno. E invece…

The Midnight Club (id.), USA 2022

Stagione 1 (ep.1-10)

Distribuzione: Netflix

Soggetto tratto da C.Pike, The Midnight Club, Mondadori 2022 (ed.or.1994)

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