Milo Manara disegna Il Nome della Rosa
Ho incominciato a scrivere nel marzo ’78,
mosso da un’idea seminale.
Avevo voglia di avvelenare un monaco.
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I libri parlano sempre di altri libri
e ogni storia racconta una storia già raccontata.
(U.Eco, Postille al Nome della Rosa)
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Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole.
Lascio questa scrittura, non so per chi,
non so più intorno a che cosa:
Stat Rosa Pristina Nomine,
Nomina Nuda Tenemus.
L’esordio di Umberto Eco come narratore, Il Nome della Rosa (1980), esemplifica alla perfezione ciò che lo stesso Eco intendeva per romanzo, e cioè una “macchina per generare interpretazioni”: fin dall’enigmatico titolo (riferimento all’esametro che chiude il libro, tratto dal De contemptu mundi di un benedettino del XII secolo, che a sua volta si rifà alla dottrina filosofica del nominalismo), il romanzo è un libro “a strati”, fatto di e costruito su altri libri e, perciò, strutturato su più livelli interpretativi. C’è la trama poliziesca, c’è il dibattito politico, quello teologico; e c’è la biblioteca – anzi, l’Edificio. Dunque, un mistery a tutti gli effetti, con monaci troppo curiosi uccisi da altri monaci durante un momento piuttosto convulso della storia della cristianità occidentale (siamo in piena cattività avignonese); altri monaci in odore di eresia devono fare i conti con la “normalizzazione” imposta dal papa avignonese; e, ancora, altri monaci considerano invece Giovanni XXII un impostore, simoniaco ed eresiarca. Per non parlare, poi, dei monaci che amano farsi due risate compulsando le miniature dei marginalia dei loro codici…Ce n’è per tutti i gusti, insomma: ed è presto spiegato l’incredibile e inaspettato successo che il romanzo ha riscosso e continua a riscuotere dopo oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione.
Eco ha costruito un mondo che non è solo quello circoscritto dal perimetro dell’abbazia del nord Italia dove si svolge l’azione nell’anno Domini 1327: è un’autentica cosmologia medievale, fatta di elenchi di libri, biografie fittizie di monaci e fraticelli, architetture di biblioteche e labirinti, vicende di fraticelli eretici e inquisitori feroci, ricerca dello stile cronachistico più adatto per dare il giusto respiro alla narrazione. E a questo cosmo Milo Manara, Maestro riconosciuto del fumetto internazionale, ha dato corpo e colori nei due volumi del graphic novel, frutto di anni di lavoro, ora finalmente pubblicato in due volumi da Oblomov: è il vertice dell’opera di Manara, interamente dedicata alle vicende di Guglielmo da Baskerville e del suo novizio Adso da Melk, voce narrante dei misteri dell’abbazia.
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Se Jean-Jacques Annaud aveva scelto Sean Connery come attore per impersonare il francescano-detective Guglielmo da Baskerville (l’ircocervo James Bond/Sherlock Holmes) nel film del 1986, Manara dà a Guglielmo il volto di Marlon Brando, facendone così un’icona pop che si distanzia dalla ieraticità che caratterizzava invece l’interpretazione di Connery, più “filologicamente” attenta alla tradizionale figura del francescano medievale (la barba, la compostezza della figura e dei movimenti, la pacatezza dell’eloquio); ed è il Marlon Brando maturo, magnetico ed erotico come nell’Ultimo tango di Bertolucci, ribelle e carismatico, quello che predilige Manara
Io non sapevo allora cosa frate Guglielmo cercasse, e a dire il vero non lo so ancor oggi, e presumo non lo sapesse neppur lui, mosso com’era dall’unico desiderio della verità, e dal sospetto – che sempre gli vidi nutrire – che la verità non fosse quella che gli appariva nel momento presente
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Ed essa mi baciò con i baci della sua bocca, e i suoi amori furono più deliziosi del vino e all’odore erano deliziosi i suoi profumi, ed era bello il suo collo tra le perle e le sue guance tra i pendenti, come sei bella mia amata, come sei bella, i tuoi occhi sono colombe…Chi era, chi era mai costei che si levava come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere vessillifere?
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Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di un tale abate Vallet […] Il libro, corredato da indicazioni storiche invero assai povere, asseriva di riprodurre fedelmente un manoscritto del XIV secolo, a sua volta trovato nel monastero di Melk dal grande erudito settecentesco, a cui tanto si deve per la storia dell’ordine benedettino.
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I costruttori della biblioteca erano dei gran maestri.
L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali […] Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine) (J.L.Borges, La biblioteca di Babele)
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Vidi altre volte e in altri luoghi molti scriptoria, ma nessuno in cui così luminosamente rifulgesse, nelle colature di luce fisica che facevano risplendere l’ambiente, lo stesso principio spirituale che la luce incarna, la claritas, fonte di ogni bellezza e sapienza, attributo inscindibile di quella proporzione che la sala manifestava […] Quale apparve ai miei occhi, in quell’ora meridiana, esso mi parve un gioioso opificio di sapienza.
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Questo gusto e questa passione non mi hanno mai lasciato, anche se poi, per ragioni morali e materiali (fare il medievalista implica spesso cospicue ricchezze e facoltà di vagare per biblioteche lontane microfilmando manoscritti introvabili) ho battuto altre strade. Così il Medio Evo è rimasto, se non il mio mestiere, il mio hobby. (U.Eco, Postille al Nome della Rosa)
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In un’intervista rilasciata al Salone del Libro di Torino, Manara ha esordito, non senza una certa autoironia, riconoscendo di non essere certo famoso come disegnatore di monaci; tutt’altro, vista la sua fama di disegnatore “erotico” (in senso molto lato). La difficoltà di adattare a fumetto una trama così complessa e labirintica come quella del romanzo di Eco stava tutta nel decidere cosa selezionare e cosa no: Manara si è soffermato soprattutto sui riferimenti teologici, filosofici, storici e dottrinali sacrificando, com’era prevedibile, la maggior parte dei dialoghi. Per consentire una migliore fruibilità dell’opera ha utilizzato tre palette di colori e tre stili grafici che identificano altrettanti strati di lettura del graphic novel: uno per la trama principale (il mistery), un altro per i racconti dentro il racconto e un terzo stile che riprende miniature e incisioni medievali (come ad esempio la raffigurazione del portale che Adso ammira appena giunto nell’abbazia). Coadiuvato nella colorazione dalla figlia Simona, architetto esperta di grafica digitale, Manara ha sostanzialmente rispettato l’immaginario del romanzo e tralasciato l’eccesso di “goticità” del film di Annaud. Insomma, una festa per gli occhi e la mente, un’immersione totale nel cosmo (e nella cosmologia) medievale e nel labirinto-mondo di Eco all’insegna di uno stile grafico subito riconoscibile ma unico per la sua originalità. Un’autentica chicca per chi ha amato e legge e rilegge la storia di Adso…
Eppure, dell’unico amore terreno della mia vita
non avevo saputo, né seppi mai, il nome.

Milo Manara, Il Nome della Rosa (vol.1 e 2), Oblomov Edizioni, 2023-2025
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Il romanzo:
Umberto Eco, Il Nome della Rosa, La Nave di Teseo 2020 (edizione aggiornata con i disegni preparatori dell’autore)
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Le Postille sono state pubblicate originariamente nella raccolta di saggi di Eco Sette anni di desiderio (Bompiani 1983)
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Il film:
Il Nome della Rosa, regia di J-J.Annaud, Italia-Francia 1986 (col., 131’). Con Sean Connery, Murray Abraham, Christian Slater
