L.Osborne, Cacciatori nel buio (2015)
A volte è proprio il caso di fermarti dove sei,
se non ti aspetti niente di meglio.
(Robert Grieve)
Risparmiarvi non serve a niente,
uccidervi non costa niente.
(L’Angkar)
Lawrence Osborne, inglese, classe 1958, è considerato dalla critica e dal pubblico l’erede designato (letterariamente parlando) di Graham Greene, il grande scrittore, due candidature al Nobel, autore di popolarissime spy-stories (ma non solo) di cui abbiamo già parlato qui. Viaggiatore instancabile, bevitore incallito (“vino e alcol offrono la trascendenza necessaria dalla noia e il tedio quotidiani”), giornalista, autore di romanzi e diari di viaggio che sono già dei cult come Nella polvere (2012), L’estate dei fantasmi (2017) e Il turista nudo (2006), Osborne vive a Bangkok da più di dieci anni dove, dice, ha trovato la pace, non è costretto a fare vita sociale come a Manhattan e ha tutto il tempo per scrivere i suoi romanzi. Insomma, Osborne, come i protagonisti dei suoi romanzi, è un barang, uno straniero in fuga che ha deciso di non tornare a casa e di fare della Thailandia la sua (momentanea?) patria di elezione.

Cacciatori nel buio mette assieme romanzo di viaggio e noir (esattamente come il maestro Greene) calandoli nell’atmosfera afosa e opprimente della Cambogia di qualche decennio fa, dove un barang inglese, Robert Grieve, insegnante annoiato e frustrato, vince inaspettatamente una grossa somma di denaro ad un casinò che gli consente di prolungare la fuga dalla benestante e asfissiante famiglia che lo aspetta in patria ma, al tempo stesso, lo rende preda ghiotta di tre uomini (i cacciatori del titolo) disposti a tutto pur di appropriarsi della somma: l’autista indigeno Ouksa, guida ai luoghi ma anche alle credenze e alla spiritualità khmer, a sua volta preda del cacciatore più pericoloso e spietato, il poliziotto Davuth, un’infanzia e un’adolescenza all’ombra dei khmer rossi e dell’Angkar Padevat, il partito comunista rivoluzionario che, tra il 1975 e il 1979, fu responsabile dell’autogenocidio del popolo cambogiano (due milioni di morti) ad opera del leader Pol Pot; e, non meno subdolo e infido, un altro barang, l’americano Simon Beauchamp, una sorta di elegantissimo dandy che ha non pochi scheletri nell’armadio che l’hanno costretto alla fuga in Indocina già da diverso tempo. Robert si ritrova senza una lira e con i vestiti di Beauchamp a Phnom Penh, la capitale della Cambogia, dove riesce a trovare lavoro come insegnante di inglese di Sophal, la bellissima e irrequieta figlia di un benestante locale. Tra improvvisi sprazzi di felicità e sguardi allucinati dentro le rovine materiali e morali di un passato orribile e violento, Robert sarà aiutato dal dharma e dalla fascinazione per un luogo e una civiltà del tutto “altra” a uscire indenne dalla caccia di cui è oggetto (ma non senza il dovuto tributo di sangue all’Ap, lo “spirito della caccia” che aleggia sugli uomini secondo una tradizione khmer): diventerà a sua volta un cacciatore nel buio, non di denaro ma di un “pieno” da contrapporre al “vuoto” di senso che egli avverte, per contrasto, come destino ineluttabile dell’occidente.
Noir anomalo per atmosfera (Osborne ha l’abilità di farci sentire l’umidità appiccicosa delle strade di Phnom Penh e la tensione elettrica che precede gli acquazzoni quotidiani), ritmo (indolente, come le vite degli annoiati barang) e caratterizzazioni psicologiche, Cacciatori nel buio vuole essere una sorta di discesa nel cuore di tenebra del post-imperialismo in cui alla follia del Kurz conradiano si sostituisce l’accidia del borghese Robert, senz’altro meno epica di quella ma non per questo priva di richiami alla coscienza etica dell’uomo occidentale.
Infine, bellissima e inquietante la foto di copertina di John Wink: una casa a Kep, su cui incombono minacciose nubi cariche di neri presagi pronti ad abbattersi su uomini e cose. Un invito alla lettura che non lascerà delusi.
Lawrence Osborne, Cacciatori nel buio, Adelphi 2017

