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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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Quant’è analogico il CSI di New Delhi!

Posted on 20 Febbraio 202627 Febbraio 2026 By Lucio Celot

Delhi Crime (India 2019)

Nel 2012 una terribile vicenda scosse nel profondo gli abitanti di Nuova Delhi e le forze di polizia della città, notoriamente piuttosto pigre, se non negligenti, nel mantenere l’ordine in una megalopoli che conta diciassette milioni di abitanti: una ragazza fu violentata e gravemente ferita da sei uomini in un pullman di linea che viaggiava alla periferia della città. A seguito delle ferite riportate la ragazza morì due settimane dopo. Degli aggressori, tutti arrestati nell’arco di pochi giorni, quattro sono stati giustiziati qualche anno fa, uno si è suicidato in carcere, un altro era minorenne all’epoca dei fatti e ha scontato solo qualche anno di detenzione.

            Delhi Crime ha vinto l’Emmy per la migliore serie tv drammatica internazionale (è recitata in inglese e hindi) e possiamo dire senza esitazioni che se l’è meritato tutto, a partire dalle performance degli attori. Su tutti spicca la protagonista, la vice comandante del distretto sud di Delhi Vartika Chaturvedi, donna autoritaria e decisa che si muove in un universo tutto maschile: Vartika, che è anche una madre e teme per la sicurezza della propria figlia in una città tentacolare, prende immediatamente a cuore l’indagine e sguinzaglia i propri uomini alla ricerca di indizi. Colpisce la totale mancanza di mezzi e tecnologia della polizia indiana: per il pubblico occidentale, abituato all’ipertecnologia di CSI o Criminal Minds, fa un effetto quasi straniante vedere la squadra di Vartika lavorare esclusivamente con i cellulari; l’unico pc che si vede nella prima stagione è usato per visionare le immagini di alcune telecamere a circuito chiuso che potrebbero avere inquadrato il pullman dove si è consumato il crimine; niente google maps, alle pareti dell’ufficio di Vartika è affissa una carta dei quartieri di Delhi su cui Bhupendra, l’aiutante di Vartika, segue con il dito l’itinerario seguito dal pullman. Insomma, un’indagine all’insegna dell’analogico ma proprio per questo avvincente: la squadra di detective si muove in auto nello sterminato territorio del distretto di Delhi, trasferte di ore per fare un buco nell’acqua o per scontrarsi con la diffidenza degli abitanti delle campagne. I collaboratori del vice comandante sono uomini volitivi, dormono pochissimo, non tornano a casa per intere giornate, sono autentici mastini che vogliono dare un volto ai colpevoli; e vivono con il mito dell’America (“i poliziotti americani hanno l’auto e vivono in case di lusso”, dice ad un certo punto uno di loro) e dei polizieschi americani da cui trarre ispirazione per l’indagine.

            Ma Vartika deve fare i conti anche con la pressione della stampa, dell’opinione pubblica e delle alte sfere della politica. Lo spettatore occidentale capisce che la popolazione indiana, e in particolare quella della capitale, non solo non nutre la minima fiducia nella polizia ma la considera anche corrotta e inaffidabile: un nutrito gruppo di manifestanti staziona giorno e notte sotto l’edificio della polizia scandendo slogan contro gli agenti (tra loro c’è perfino la figlia di Vartika, a cui la madre vorrebbe impedire di trasferirsi in Canada per gli studi universitari) e i giornali titolano ogni giorno sull’inefficienza delle forze dell’ordine. Non bastasse questo, il superiore di Vartika, il Capo della Polizia, subisce pressioni politiche dal ministro dell’interno in persona: come succede sempre in questi casi, è la “bassa manovalanza” a farne le spese. Il promoveatur ut amoveatur che chiude la seconda stagione (che riguarda un altro caso in cui è coinvolta la squadra di Vartika) lascia l’amaro in bocca nonostante l’esito positivo del lavoro degli inquirenti: Vartika ha preferito seguire il proprio senso di giustizia invece di fornire un comodo (ma innocente) capro espiatorio e per questo dovrà pagare.

            Delhi Crime riesce a unire un fedele e per nulla conciliante spaccato della società indiana, con i suoi conflitti generazionali (madri-figlie, agenti anziani e giovani) e le pronunciate differenze tra città e periferia, con un crime all’occidentale che non punta sull’azione ma sui caratteri dei personaggi, che devono fare i conti con l’impegno professionale e la dimensione privata (come Neeti, la nuova arrivata nella squadra), mossi da un granitico senso del dovere che supplisce alla scarsità di mezzi (più volte, nel corso della prima stagione, alla centrale di polizia viene staccata la corrente perché non ci sono i soldi per pagare le bollette…) senza curarsi della scarsa considerazione di popolazione e media; i dialoghi sono a tratti disturbanti (terribili quelli in cui si descrivono le sevizie subite dalla vittima) e non fanno sconti alla sensibilità dello spettatore, così come la rappresentazione delle lande degradate delle campagne attorno a Delhi; la fotografia insiste sui toni cupi, le luci sono sempre fioche, quasi a evidenziare le difficoltà materiali in cui si muovono i protagonisti della serie nel labirinto della grande città. Conclusione: Delhi Crime è certamente una serie da vedere ma sconsigliata alle anime eccessivamente sensibili per il senso di angoscia e impotenza che lascia una volta giunti al termine.

P.S.: questa recensione è stata scritta e pubblicata su pausacaffepansini.it nel novembre 2023, quando ancora non era uscita la terza stagione (novembre 2025)

Dehli Crime (id.), India 2019-2022

Stagioni 2 (ep.1-12)

Distribuzione: Netflix

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