Skip to content
lucio celot visioni, letture, immaginario
le Storie che restano le Storie che restano

un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

  • Home
  • le storie lette
    • libri
    • graphic
  • le storie viste
    • cinema
    • serie Tv
  • le storie del Re
  • Chi sono
le Storie che restano
le Storie che restano

un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

Anime lacerate nella giungla del Vietnam

Posted on 28 Marzo 202628 Marzo 2026 By Lucio Celot

O.Stone, Platoon (1986)

L’inferno è l’impossibilità della ragione

(Chris Taylor)

Questa guerra la perdiamo.

l’America le ha suonate a tanta di quella gente

che secondo me è arrivato il momento

che ce le suonano a noi

(sergente Elias)

Vincitore di quattro premi Oscar, viet-movie girato da un regista, Oliver Stone, che in Vietnam c’è stato e dove ha combattuto davvero (e fa anche una particina nelle sequenze della battaglia finale), Platoon è una rappresentazione cruda, potente e personale della sporca guerra in Indocina; non solo un ritratto realistico di quel conflitto ma anche un viaggio interiore nelle anime e nella psiche di chi lo ha combattuto. Come nelle pellicole di Coppola e Kubrick, anche Platoon fa del Vietnam, oltre che un luogo fisico, anche l’archetipo e l’immagine del caos, dello smarrimento e della corruzione morale.

Oliver Stone (in primo piano) durante le riprese del film

Stone, veterano della guerra, realizza un’opera viscerale e racconta quel caos attraverso gli occhi di Chris Taylor (Charlie Sheen), un giovane volontario, idealista e ingenuo, che si arruola per non sottostare ad una famiglia soffocante e borghese che lo vorrebbe sistemato con una laurea, famiglia, figli e, magari, una bella poltrona da amministratore delegato in qualche società finanziaria in patria. Il plotone di Chris, come l’equipaggio della motovedetta di Willard in Apocalypse Now, è rappresentativo della società multietnica americana e dei suoi conflitti: i compagni di colore di Chris (Manny, Junior, King) fanno gruppo a parte, lamentando costantemente l’insensatezza della loro partecipazione forzata ad un conflitto voluto, gestito e comandato solo da bianchi. Ben presto, il plotone e lo stesso Chris (che, si intuisce, ha rotto i rapporti col padre a causa della sua scelta di arruolarsi) si trovano intrappolati nella brutalità di un conflitto che non è solo fisico, ma soprattutto morale, incarnato da due figure paterne simboliche: il sergente Elias (Willem Dafoe) è un esempio di empatia e etica della compassione, conserva la propria umanità e una coscienza morale anche nell’inferno della guerra; il sergente Barnes (Tom Berenger) è, all’opposto, un soldato-guerriero spietato e cinico, carismatico e pragmatico, disposto a sacrificare codici morali e coscienza pur di sopravvivere. Questa dicotomia, che riflette anche la divisione dello steso plotone in due fazioni, diventa il cuore della narrazione, elemento di tensione continua nonché specchio della frattura morale provocata dall’intera guerra. La sequenza del villaggio di contadini messo a ferro e a fuoco, con le violenze gratuite di Barnes e la zuffa con Elias (qui Stone fa riferimento al massacro di My Lai avvenuto nel marzo 1968), può essere considerata come il turning-point della vicenda, dopo il quale nulla è più lo stesso all’interno della squadra e nell’anima di Chris, fino alla vendetta finale consumata al termine di una battaglia sanguinosa che vede il plotone quasi del tutto decimato dalle truppe del Nord.

Tom Berenger nella parte di Barnes (a sx.) e Willem Dafoe in quella di Elias (a dx.)

La cornice temporale del film è, come in altri viet-movies, quella particolarmente significativa dell’offensiva del Têt, il capodanno vietnamita, scatenata dall’esercito del Vietnam del Nord a fine gennaio 1968: in un momento dell’anno considerato tacitamente da entrambe le parti come periodo di tregua, Ho Chi Min decise invece di lanciare un attacco di massa contro gli americani che, inizialmente impreparati, subirono perdite consistenti (a Hue e Khe Sanh); solo successivamente, con l’impiego massiccio dell’aviazione, riuscirono a respingere l’avanzata dei Vietnamiti. Tecnicamente, l’offensiva del Têt segnò una sconfitta per l’esercito del Nord; sul piano della propaganda, fu un grande successo per Ho Chi Min perché ribadì, una volta di più, che l’indomito popolo vietnamita mai e poi mai si sarebbe arreso. Dal Têt in poi, il presidente USA Johnson decise di avviare la de-escalation, cioè il progressivo “disimpegno” americano in Vietnam che avrebbe portato alla pace di Parigi del 1973; il suo successore Richard Nixon, infine, prese atto che quella intrapresa dagli USA era stata una guerra “sbagliata” (discorso alla nazione del 3 novembre 1969).

La sequenza di apertura del film

Sul piano registico, Stone rappresenta il Vietnam come un labirinto di fango, sudore e terrore. Girato nelle Filippine, il film ricrea con grande precisione l’asfissiante atmosfera della jungla vietnamita, un luogo in cui la natura sembra stessa schierarsi contro i soldati. Il lavoro del direttore della fotografia gioca un ruolo fondamentale nel trasmettere il senso di oppressione e disorientamento: i colori saturi e il costante utilizzo della luce naturale danno vita a un ambiente ostile e claustrofobico, dentro il quale si muovono come fantasmi silenziosi i soldati di Hanoi. Stone utilizza anche la camera a mano per rendere le scene di combattimento più dinamiche e caotiche; il montaggio serrato, che valse un Oscar al film, riflette la frammentarietà dell’esperienza di una guerra “asimmetrica” dentro una giungla che diventa simbolo della discesa nell’inferno interiore (come era stato per il Marlow di Cuore di tenebra e il Willard di Apocalypse Now). Mentre Kubrick in Full Metal Jacket utilizza l’ambiente urbano per evidenziare il disorientamento dei soldati, Stone si affida alla natura incontaminata: la giungla vietnamita è un’entità viva, soffocante, in grado di distruggere sia fisicamente che mentalmente. Ogni soldato è costretto a confrontarsi con i propri demoni e, come Taylor, deve fare i conti con la perdita di innocenza che, a ben guardare, è uno dei temi portanti della pellicola. La scena iconica in cui Elias, ferito e abbandonato, alza le braccia al cielo prima di essere ucciso è un esempio perfetto dell’uso simbolico dello spazio e della luce: la natura diventa il palcoscenico di un martirio, Elias assume una dimensione e un’aura quasi sacrali. La sequenza, giustamente celebre e sottolineata dal Requiem di Samuel Barber (Adagio for strings), si “riappropria” di un’immagine fotografica di A.Greenspon, scattata nell’aprile del 1968: Platoon è, più degli altri, un film nel quale Stone sceglie consapevolmente e sistematicamente (come è evidente dalle due immagini più sotto) di fare “migrare” la guerra giornalistica e le immagini di repertorio che si erano accumulate per undici anni negli archivi fotografici e televisivi.

La foto di A.Greenspon, 1 aprile 1968…
…e la morte di Elias in Platoon

La cifra di Platoon è, dunque, una narrazione a carattere fortemente etico-umanitarista, in cui la rappresentazione del soldato è quella, in ogni caso, della vittima: lo stesso Chris, che pure tornerà a casa illeso, è il riflesso di una generazione che ha perso se stessa nel caos della guerra e porterà per sempre dentro di sé i segni indelebili di un percorso di formazione che l’ha vista “combattere per la propria anima”.

Platoon (id.)

Regia: Oliver Stone

Distribuzione: USA 1986 (col., 120’)

cinema le storie viste classici da rivedereLucio CelotOliver StonePlatoonVietnam War 50thwar movies

Navigazione articoli

Previous post
Next post

Related Posts

cinema

Così si è sempre fatto in mare e sempre si farà!

Posted on 18 Febbraio 202631 Marzo 2026

E.De Angelis, Comandante (2023) Raccontare il passato per denunciare il presente: il cinema lo fa spesso, e in tempi di guerra come quelli che viviamo ben venga lo script di Sandro Veronesi e del regista Edoardo De Angelis che portano sullo schermo la storia vera di Salvatore Todaro, comandante del…

Read More
cinema

La Verità è la prima vittima della guerra

Posted on 24 Febbraio 202627 Febbraio 2026

B.De Palma, Redacted (2007) Diciotto anni dopo Vittime di guerra (1989), in cui rimesta impietoso nella ferita mai chiusa del Vietnam, Brian De Palma, uno dei maestri meglio invecchiati della New Hollywood, infila un’altra spina nel corpo sofferente della memoria americana, quella della più recente guerra in Iraq e degli…

Read More
cinema

Di chi è l’occhio che ci spia?

Posted on 14 Aprile 202614 Aprile 2026

M.Haneke, Niente da nascondere (2005) Il Cinema, a ben pensarci, è come l’uomo: quando si fa adulto comincia a riflettere su di sé, sulla propria autentica natura, su ciò che lo qualifica in quanto tale. Nel caso della Settima Arte, l’oggetto di quest’autospeculazione non può che essere l’atto stesso del…

Read More

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Così fa il Re
  • Prima di Hitchcock, c’era Wilkie Collins
  • Nel verso giusto della ragione: Rouletabille, Cartesio e l’enigma della camera chiusa
  • Eravamo quattro amici a Mitsuba
  • Dark Winds, dal Western al “Native Noir”
  • Basta con “Twilight”: Skinner Sweet succhia davvero!
  • Spinoza, o della psicanalisi
  • La postdemocrazia è un buon analgesico
  • Dal trauma cosmico, solo una nuvola di possibili
  • C’è del metodo in questa smemoratezza

Adelphi Agatha Christie Alan Moore Amazon Prime Video anime AppleTv b-movies Charlie Kaufman classici da rivedere Corto Maltese crime DC Comics Disney+ distopie Dracula&Co Graham Greene H.P.Lovecraft Hideo Nakata horror Hugo Pratt I mondi incantati di Miyazaki J-horror John Carpenter kwaidan L'incubo di Hill House letteratura Lucio Celot Medioriente Michel Foucault Mike Flanagan Milo Manara Mubi Netflix New Hollywood noir P.K.Dick sci-fi Sherlock Holmes Shirley Jackson Sky Sky Atlantic spy-story Stephen King Stranger Things Studio Ghibli The Haunting Trilogia dell'Apocalisse Vietnam War 50th war movies western

  • Luglio 2026
  • Giugno 2026
  • Maggio 2026
  • Aprile 2026
  • Marzo 2026
  • Febbraio 2026
  • Gennaio 2026
  • Dicembre 2025

Siti amici

  • Pausa Caffè Pansini — blog del Liceo Pansini di Napoli
  • Carmilla — letteratura e cultura d'opposizione
  • Ondacinema — webzine cinematografica
  • Wired Italia — scienza, immaginario, cultura
  • Rollingstone Italia — news su musica, cinema, tv
  • Lipperatura — il blog di Loredana Lipperini
  • Giap — il sito ufficiale di WuMing
  • Fumettologica — fumetti e mondi pop
  • Cineteca di Bologna — conservare il patrimonio cinematografico
  • Quinlan — rivista di critica cinematografica
  • Seriangolo — le serie tv da non perdere

Questo blog è un sito amatoriale, non è una testata giornalistica e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.
Alcune delle immagini presenti nel blog sono prese dal web.
I copyright appartengono ai rispettivi proprietari.
Se ritieni che qualche contenuto debba essere rimosso, contattami tramite mail a luciocelot62@gmail.com.
Non sono responsabile del contenuto dei siti collegati tramite link, che potrebbe variare nel tempo.

© 2026 Le storie che restano
Il sito rispetta la normativa vigente in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679 – GDPR).
Privacy Policy – Cookie Policy

©2026 le Storie che restano | WordPress Theme by SuperbThemes