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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

Il problema non è essere paranoici: è non esserlo abbastanza

Posted on 11 Gennaio 202618 Gennaio 2026 By Lucio Celot

P.K.Dick, Tempo Fuor di Sesto (1959)

I suoi racconti avevano un taglio molto strano:

la sensazione che dietro al nostro esistesse un mondo-ombra.

(Harlan Ellison, scrittore di sci-fi e amico di PKD)

***

La relazione tra parola e oggetto…

Che cos’è una parola? Un simbolo arbitrario.

Eppure viviamo tra le parole.

La nostra realtà è fatta di parole, non di cose

(Ragle Gumm)

C’è il prigioniero della caverna platonica che taglia la corda, c’è l’homo cartesianus che ipotizza l’esistenza del genio maligno ma se ne libera con un affilato colpo di Io, c’è Neo Anderson che insegue il Bianconiglio e ingoia la sua brava pillolina rossa, c’è Truman Burbank che realizza che il grande set che gli hanno approntato a Seahaven inizia a perdere pezzi: ma chi è che conosce Ragle Gumm, prototipo e “nonno” di Truman, nonché protagonista del romanzo Tempo fuor di sesto di PKD, pubblicato nel 1959, anche lui al centro di un complotto istituzionale che gli costruisce attorno un’intera città con i suoi cittadini-attori, i suoi negozi, i suoi bravi borghesi tutto lavoro, famiglia e birra in ghiacciaia?

            Il tempo è fuori squadra (Time is out of joint), dice Amleto dopo la sorprendente e inattesa chiacchierata con lo spettro del Padre sugli spalti di Elsinore; e il Principe di Danimarca lamenta il proprio destino, che ha stabilito che sia proprio lui a rimettere in sesto il tempo che si è scardinato. Anche a Ragle Gumm tocca lo stesso compito, solo che lui non lo sa. A Old Town passa le sue giornate “lavorando” a un concorso a premi promosso dalla gazzetta locale, Dove si trova l’omino verde?, un gioco di cui Ragle è campionissimo da tre anni grazie alle sue capacità analitiche e intuitive e che gli consente di sbarcare il lunario con il premio in denaro che percepisce regolarmente. Old Town è la classica, linda cittadina americana della fine degli anni ’50: la guerra fredda e la paura del nucleare stanno sullo sfondo, la vita degli abitanti si trascina monotona ma tranquilla e rassicurante tra lavoro, figli, supermercati, barbeque con i vicini e persino qualche scappatella extraconiugale. Ragle però ha delle “allucinazioni”, come le chiama lui: ogni tanto le cose, gli oggetti e anche i manufatti della cittadina si dissolvono davanti ai suoi occhi lasciando al proprio posto dei bigliettini di carta che Ragle conserva diligentemente (“chiosco delle bibite”, “porta”, “vaso di fiori” e via dicendo). Quando però anche la sorella e il cognato rivelano di avere avuto esperienze simili (“qualcosa non torna”), allora Ragle capisce che non si tratta di sintomi paranoici e così decide di lasciare la città (non senza difficoltà) per capirne di più. Scoprirà di essere non nel 1959 ma nel 1998; che da quattro anni la Terra sta affrontando una guerra civile con i coloni terrestri sulla Luna; che la sua abilità a individuare la casella in cui comparirà l’omino verde serve in realtà a individuare in quale zona dell’America cadrà il prossimo missile lanciato dai Lunari e a consentire alle forze terrestri di evitare per tempo perdite e danni materiali. Ma c’è di più: Ragle realizza che, grazie alle sue capacità al limite del paranormale, fino a tre anni prima era un pezzo grosso dell’esercito e che a un certo punto ha avuto un crollo psico-fisico a causa dell’enorme peso della responsabilità: per non perdere il suo aiuto, le autorità lo hanno ricondizionato (“psicosi regressiva”) e lo hanno riportato al periodo più felice della sua infanzia, gli anni ’50, costruendogli addosso un intero mondo, fatto di parenti e amici, tutti fittizi, anch’essi ignari del loro vero ruolo nella grande messa in scena che è stata allestita. Una cospirazione in piena regola, dunque, che al contempo salva l’umanità terrestre e la psiche di Ragle, che continua inconsapevole a essere “il centro del mondo”, come lui stesso si autopercepisce confusamente ad un certo punto della vicenda. La realtà illusoria così costruita, però, ad un certo punto comincia a scricchiolare e finirà per cadere a pezzi.

            PKD scrive un romanzo che dà voce a uno dei temi portanti della letteratura e dell’immaginario americano degli anni ’50, quello della paura del complotto e dell’invasione (comunista), generata dalla guerra fredda e dal terrore di un olocausto nucleare globale (pochi anni prima, nel 1954, era uscito il romanzo di Jack Finney The body snatchers, portato poi sullo schermo da Don Siegel con il titolo L’invasione degli ultracorpi). Ma il clima, le situazioni e i personaggi da romanzo mainstream non impediscono a PKD di scrivere un romanzo di fantascienza che si interroga su uno dei temi a lui più cari, quello del confine tra realtà e illusione e, soprattutto, quello dello statuto gnoseologico della percezione sensibile: ognuno dei personaggi, tranne Bill Black, vive in una condizione di ignoranza, simile a quella dei prigionieri platonici (“somigliano a noi”, dice Socrate a chi gli chiede conto della stranezza dell’immagine della caverna) e agisce sostanzialmente al buio perché ha cieca (è il caso di dirlo) fiducia in ciò che vedono i suoi occhi. Tempo fuor di sesto è il capolavoro indiscusso di quel filone che possiamo definire “dello stile paranoico”, fatto di guerre planetarie, complotti segreti, governi menzogneri, istituzioni statali opache, tecnologia invasiva e lavaggi del cervello (The Manchurian candidate di Condon è dello stesso anno, il 1959); nessuno, a Old Town, si rende conto di vivere in un vero e proprio campo di concentramento travestito da borghese utopia suburbana. Il finale affrettato e facilmente ottimistico nulla toglie al valore di un romanzo che proietta nel futuro le paure del presente (quello di PKD), che fa di un disadattato sociale (lo stesso scrittore di sci-fi?) la coscienza critica degli inganni del potere e che invita a più riprese il lettore odierno ad aprire gli occhi su quanto Amleto dice all’amico fraterno Orazio: ci sono più cose tra cielo e terra di quante non ne sogni la tua filosofia…

P.K.Dick, Tempo Fuor di Sesto, Fanucci 2019

Letture critiche:

A.Fattori, Memorie dal futuro. Spazio, tempo, identità nella science fiction, Ipermedium 2001

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