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un blog di lucio celot: perché tutte le storie passano, ma qualcuna resta…

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Il noir anomalo e post-umano di Nic Pizzolatto

Posted on 15 Gennaio 202631 Marzo 2026 By Lucio Celot

True Detective (USA 2015)

Alla fine c’è solo una storia, la più antica…

la Luce contro l’Oscurità

(Rusty Cohle)

***

Non ci sono mostri che non siano esseri umani,

e non ci sono eroi che non siano esseri umani

(Nic Pizzolatto)

Non c’è storia, nemmeno i “pezzi da novanta” della quality tv come The Wire o Breaking Bad possono reggere il confronto con la prima stagione di True Detective, la serie antologica (giunta alla quarta stagione) scritta e ideata da Nic Pizzolatto e girata da Cary Fukunaga, senza dubbio alcuno la n.1 nella mia personalissima top five. TD è un noir come non ne abbiamo mai visti, che innesta nella detection story non soltanto elementi dell’immaginario pulp fatto di fumetti, romanzi gialli, cinema e televisione ma anche – ed è questa è la cifra che contraddistingue la serie – pause e dialoghi di carattere poetico, filosofico e concettuale mai frequentate dal piccolo schermo. La tormentata storia dei detective Rusty Cohle e Marty Hart è una prova perfettamente riuscita di scrittura-mosaico le cui tessere sono le atmosfere lynchiane di Twin Peaks e Cuore Selvaggio, i film di Michael Mann e di David Fincher (The Heat, Seven, Zodiac), i racconti di Ambrose Bierce e Robert Chambers (Il Re Giallo), l’antinatalismo e il nichilismo di Thomas Ligotti. Grazie alle prove strabilianti di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e all’ambientazione nel bayou della Louisiana, una sorta di Eden degradato e malsano, Pizzolatto e Fukunaga tracciano una linea di demarcazione all’interno della storia del neo-noir e ridisegnano i confini di un genere la cui natura è quella di rifiutare qualsiasi conciliazione col mondo e, anzi, di metterne in evidenza la caotica insensatezza senza indulgere a facili consolazioni.

            1995, 2002, 2012: sono i tre piani temporali lungo i quali si dipana la vicenda di TD a partire dal ritrovamento nei campi della Louisiana del cadavere di una giovane prostituta che sembra essere vittima di un omicidio rituale. Vengono chiamati a indagare due detective, Rusty Cohle (McConaughey) e Marty Hart (Harrelson), che ritroviamo diciassette anni dopo, nel 2012, invecchiati, traditi e disillusi, interrogati da altri due detective sul possibile ritorno del serial killer del ’95. Nonostante la ruggine e la violenza con cui avevano interrotto nel 2002 il loro sodalizio professionale e l’amicizia (cherchez la femme!), i due tornano sul caso, riescono a risolverlo definitivamente e – forse – ritrovano le ragioni di un’amicizia ancora possibile.

            I due protagonisti non potrebbero essere più diversi: Marty è l’integrato, il poliziotto stimato da tutti i colleghi, buon padre di famiglia, crede nei valori del lavoro, della religione, della comunità, dell’impegno ed è al contempo incarnazione dell’ipocrisia borghese e dell’utopia suburbana (Twin Peaks ha fatto scuola…), vista la sua inclinazione al tradimento coniugale con ragazze molto più giovani di lui, all’alcolismo e all’uso disinvolto della violenza; Rusty è una figura cristologica, il dolore e la sofferenza privati (ha perso una figlia giovanissima) hanno forgiato la sua visione del mondo nichilista e antinatalista che si esplicita non solo durante l’interrogatorio cui è sottoposto nel 2012 ma anche nei lunghi e densi dialoghi con Marty durante gli spostamenti in automobile da una parte all’altra della Louisiana in cerca di indizi: sono dell’idea che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso nell’evoluzione. Noi siamo creature che non dovrebbero esistere è la silloge del post-umanesimo alla Ligotti di Cohle, personaggio perennemente in bilico tra dovere professionale e disillusione esistenziale, senza che questo gli impedisca di essere sempre all’altezza del suo ruolo pubblico.

da sinistra, Marty Hart (W.Harrelson) e Rusty Cohle (M.McConaughey)

TD è un neo-noir che racconta il presente ma anche un buddy movie con un finale spiazzante; è un classico poliziesco procedurale ma anche un hard-boiled punteggiato da scoppi di violenza improvvisa che scava dentro le dinamiche malate della famiglia americana (la perdita di Cohle, la dissoluzione del matrimonio di Hart); è, soprattutto, un prodotto televisivo che non fa mistero di volere andare oltre i generi spiazzando lo spettatore attraverso l’uso insistito di flashback e di digressioni che nulla aggiungono allo sviluppo della trama: significativo, in questo senso, è l’episodio 04 con il virtuosistico piano-sequenza girato da Fukunaga (regista “muscolare”), in cui il corpo martoriato e nervoso di Cohle è protagonista assoluto. TD è, altresì, un universo metanarrativo, una “ragnatela” citazionista (Strange Days, La morte corre sul fiume, Il diritto di uccidere, Sentieri selvaggi, Memorie di un assassino) che non crede affatto nella possibilità di redenzione del mondo dal Male: gli spazi senza tempo della Louisiana industriale o delle paludi mefitiche in cui vive un’umanità altrettanto degradata e deprivata d’innocenza danno a TD quella dimensione di metafisica decadenza che è la cifra distintiva della serie, non un semplice viaggio nell’America dei forgotten ma, piuttosto, una discesa nei luoghi oscuri dell’anima. Da vedere e rivedere.

La “filosofia” di Rusty Cole

***

True Detective (id.)

Stagione 1 (ep.1-8)

Distribuzione: USA 2014. Disponibile su Sky Atlantic

***

I riferimenti letterario-filosofici di True Detective:

Robert W.Chambers, Il Re Giallo, Vallardi 2014;

Thomas Ligotti, La cospirazione contro la razza umana, Il Saggiatore 2016

***

Un’analisi critica della serie:

Luca Marchetti (a cura di), True Detective. Viaggi al termine della notte, goWare 2014

***

Il romanzo con cui Pizzolatto ha iniziato la sua carriera di scrittore nel 2010 è Galveston, minimum fax 2025, da cui è stato tratto l’omonimo film di M.Laurent (USA 2018, col., 91’)

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