Asylum (USA 2012-2013)
American Horror Story #2
Dopo la casa, Asylum, l’ospedale psichiatrico. La “mappatura” dell’horror americano prosegue, nella seconda stagione di A(merican) H(orror) S(tory), portandoci in un altro dei luoghi deputati del gotico postmoderno, il manicomio criminale di Briarcliff, autentica “istituzione totale”, per dirla con Foucault, spazio di potere dove gli “anormali”, gli elementi disfunzionali e devianti della società devono essere rinchiusi e “curati”. Anche l’ambientazione temporale, gli anni ’60, non è casuale: la paura dell’Altro, del pericolo rosso, dell’insinuarsi nel corpo sano della nazione di corpi e menti infette da ideologie antiamericane percorre tutto il decennio in cui si dipana la vicenda.
Briarcliff è un’altra “casa” dell’orrore, ma qui non ci sono fantasmi o presenze che dal passato tornano a farsi vive; qui l’orrore è umano, è riservato ai vivi, alle donne e agli uomini che il sistema ritiene pericolosi e che la sadica suor Jude (la direttrice dell’istituto, ex cantante con un ingombrante scheletro nell’armadio, interpretata da Jessica Lange in un’altra notevole performance dopo quella della prima stagione di AHS) gestisce con pugno di ferro e frustino, non disdegnando nemmeno l’elettroshock e altre terapie che vanno ben oltre il limite della tortura. Alla storia di Lana, giornalista lesbica che si introduce nel manicomio per un’inchiesta e che ne diventerà ospite suo malgrado, se ne intrecciano altre: quella di suor Mary Eunice, collaboratrice di suor Jude, letteralmente posseduta dal demonio, del dottor Arden, il mad doctor creatore di mostri con un passato da nazista che non può mancare in un non-luogo come una clinica per malati mentali (ma non dimentichiamoci del dr.Montgomery della prima stagione), del dottor Thredson, psicologo dalla doppia personalità e decisamente pericoloso. E poi ci sono i pazienti-vittime, nessuno dei quali è malato di mente ma costituisce una devianza rispetto ai “sani” valori dell’american way of life: oltre a Lana (ricattata per la sua relazione segreta con un’altra donna), incontriamo Kit, un giovane sospettato di essere il serial killer Blody Face e segretamente sposato con una ragazza di colore; Shelley, una ninfomane; la giovane Grace, che ha una relazione con Kit e, infine, la microcefala Pepper, paziente di vecchia data. Ciliegina sulla torta, l’ossessione americana tipicamente sixties per gli alieni: c’è un evento inspiegabile alle origini dell’accusa a Kit, che si ritrova anche un misterioso microchip nel collo che gli verrà asportato dal dottor Arden (vogliamo scordarci della saga degli X-Files?).
Gli showrunners hanno abbondantemente attinto al “pozzo dei miti” (come direbbe Stephen King) dell’immaginario cinematografico e letterario: ci sono L’esorcista di Friedkin e la giovane (una suora) indemoniata, la “cura Ludovico” di Arancia Meccanica (il tentativo di “curare” l’omosessualità di Lana segue le stesse procedure rappresentate nel film di Kubrick), Il corridoio della paura di S.Fuller (un giornalista con velleità da Pulitzer si fa ricoverare in un manicomio), Non aprite quella porta di Hooper (qui nospoiler! ma c’è un emulo di Leatherface…), Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman con l’inflessibile direttrice dell’istituto, fino all’ultimo Carpenter di The Ward; e non mancano creature mostruose subumane frutto di esperimenti di laboratorio, nipotini della Cosa del dr.Frankenstein.
Come in Murder House, anche in Asylum ricorre il tema della maternità. Grace, considerata morta, riappare incinta del figlio di Kit; e una “maternità rifiutata” (reale e metaforica allo stesso tempo) accomunerà i destini di Lana e del dr. Thredson, fino all’epilogo della vicenda nel 2012. La donna, la sua sessualità, la sua capacità di essere “doppia” in quanto generatrice di vita, rappresenta da sempre, nella narrativa horror, un elemento perturbante da confinare a ruoli di marginalità: ne è figura emblematica proprio Lana, lesbica e giornalista che vuole affermarsi in un mondo tutto maschile. Dunque, una “anormale” da rinchiudere che, tuttavia, saprà sfruttare a proprio vantaggio in due momenti drammatici la sua potenziale capacità di essere madre.
Cupa e claustrofobica, la seconda stagione di AHS mette in scena un’America rozza, retrograda, superstiziosa, impantanata in paure e pregiudizi che ne costituiscono il lato oscuro, l’indicibile interno nascosto da una facciata esterna di ordine e rispettabilità puritani: non a caso, Briarcliff è un’istituzione gestita da religiosi, a capo della quale c’è Monsignor Howard, prelato interessato solo a fare carriera e ben poco alle condizioni dei pazienti; la stessa suor Jude non è esente da fantasie decisamente inopportune e scomode per chi indossa i suoi abiti (per non parlare del suo passato).
Insomma, il viaggio nel rimosso americano continua: e considerato che le stagioni di AHS sono ben dodici, appare chiaro che, con Asylum, lo scavo nelle profondità dell’inconscio a stelle e strisce ha appena scalfito la superficie. Ben altre amenità attendono lo spettatore affezionato…
Asylum (id.), USA 2012-2013
American Horror Story, S02, ep.1-13
Distribuzione: Disney+

