The Unlikely Murderer (Svezia 2021)
Primo ministro svedese, socialdemocratico, di idee radicali, terzomondista fieramente avverso tanto all’imperialismo americano quanto al sistema sovietico, contrario alla proliferazione di armi nucleari, Olof Palme fu ucciso a Stoccolma nel febbraio del 1986 davanti alla moglie mentre rientrava, senza scorta, da una serata al cinema. L’omicidio, che ancora oggi rappresenta una ferita aperta nella coscienza civile svedese, non ha mai avuto un colpevole. Ha avuto, però, un sospettato, uno solo, su cui da un certo punto in poi si sono concentrate le indagini di polizia e quelle dei giornalisti: Stig Engström, un modesto impiegato presso un’azienda di grafica pubblicitaria di Stoccolma, la Skandia, morto suicida nel 2000 e nei confronti del quale non fu mai formalizzata alcuna accusa nonostante i pesanti indizi che si accumularono sul suo conto. Nel 2020 il procuratore Krister Petersson chiuse ufficialmente le indagini dichiarando che, con ogni probabilità, la mano che sparò il colpo mortale era quella di Engström, ormai morto da vent’anni.
The Unlikely Murderer, la serie targata Netflix trasforma la congettura in realtà dei fatti, anche se al termine di ognuno dei cinque episodi un disclaimer avverte che per l’omicidio Palme il colpevole non è mai stato individuato né Engström mai accusato formalmente: nonostante ciò, la famiglia dell’uomo della Skandia – così fu soprannominato il presunto omicida – ha citato produzione e autori in tribunale per calunnia e diffamazione.
Perché “omicida improbabile”? Perché nessuno, apparentemente, poteva essere sospettato meno di Engström, cinquantenne mediocre, scialbo, con velleità di carriera ma con difficoltà ad adeguarsi ai nuovi mezzi informatici (siamo a metà degli anni ’80), frustrato sul lavoro, convinto di valere molto di più di quanto colleghi e superiori pensassero, alla ricerca di amicizie in ambienti dell’alta società da cui viene puntualmente rifiutato. La serie ce lo presenta fin dalla prima inquadratura come l’assassino, assumendo quindi come verità storica le ipotesi investigative: Engström spara a Palme, fugge affannosamente, ritorna pochi minuti dopo sul luogo del delitto proponendosi come testimone oculare e addirittura come soccorritore di Palme prima dell’arrivo dei soccorsi. “L’uomo della Skandia”, così, gode brevemente di notorietà sulle pagine di cronaca di Stoccolma e dell’intera Svezia, diventando il testimone oculare più importante per le indagini. Ma qualcosa non quadra: mentre il capo delle indagini ufficiali preferisce la teoria del complotto (i Curdi del PKK, la CIA, addirittura il governo del Sud Africa), un gruppo di poliziotti indaga separatamente quando emergono le prime crepe e contraddizioni nei racconti di Engström, che non collimano con quelli degli altri testimoni.
I cinque episodi danno vita ad una miniserie a cavallo tra fiction e documentario che ricostruisce non tanto la vicenda giudiziaria con tutti i suoi topoi (l’ispettore prossimo alla pensione ossessionato dal caso, l’incapacità degli inquirenti, il pezzo grosso della polizia carrierista e interessato solo a trovare il più presto possibile un colpevole da dare in pasto alla stampa, il giornalista che riprende il caso vent’anni dopo) quanto l’esistenza di un individuo mite e insignificante che progressivamente accumula rancore nei confronti del mondo e individua nel capo del governo il capro espiatorio perfetto. Sebbene sia il caso a mettere Palme sulla stessa strada di Engström la sera del 28 febbraio 1986, nella ricostruzione degli sceneggiatori l’omicida è il perfetto prototipo dei tanti “improbabili” seminatori di morte che hanno lasciato una lunghissima scia di sangue negli ultimi quarant’anni: ultimo della serie, mentre scrivo, lo sparatore del Maine, un ex militare che ha fatto 22 morti; ma come dimenticare, ad esempio, il norvegese Breivik che uccise oltre 90 persone ad un raduno laburista nel 2011?
La serie sceglie, dunque, di fare del punto di vista di Engström il focus del racconto (cosa che parecchi recensori in rete sembrano non avere capito: qui un esempio), per cui non devono stupire certi dialoghi in cui Palme viene considerato un pericoloso comunista pronto a consegnare la Svezia all’URSS, odiato dall’alta borghesia conservatrice nelle cui simpatie Engström cerca di entrare; in realtà, la morte di Palme, un politico illuminato che ha fatto della socialdemocrazia svedese un modello virtuoso imitato e mai uguagliato nel resto d’Europa, ha segnato l’inizio della caduta dello stato sociale nordeuropeo, di quel welfare che, dopo i “gloriosi trent’anni” di cui parlano gli economisti, è stato progressivamente eroso dalle politiche neoliberiste della deregulation inaugurate dalla Tatcher in Inghilterra e da Reagan negli USA. Non è un caso se anche la letteratura mainstream svedese, il cosiddetto nordic noir, fa continuamente i conti con l’omicidio Palme: basti ricordare la “trilogia della caduta dello stato sociale” (appunto) di Leif Persson, che tra il 2002 e il 2007 racconta la fine di un’epoca a partire dalla morte violenta del leader socialdemocratico.
The Unlikely Murderer (id.)
Stagione 1 (ep.1-5)
Distribuzione: Svezia 2021. Disponibile su Netflix
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La “Trilogia della caduta dello stato sociale” di Leif Persson (Marsilio editore):
Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno (2002)
Un altro tempo, un’altra vita (2003)
In caduta libera come in un sogno (2007)

