La mia prediletta (Germania 2023)
Tosta, anzi tostissima. Una vicenda partorita nel 2019 dalla mente della scrittrice tedesca Romy Hausmann e subito adattata da Netflix in questa miniserie che si fa vedere tutta d’un fiato, l’ideale per una maratona televisiva del sabato sera, sempre che non abbiate di meglio da fare e sempre che le crime stories in cui sono protagonisti bambini innocenti non vi disturbino. Perché la storia di Lena, Hannah e Jonathan non fa sconti allo spettatore e non fa nulla per alleggerire l’atmosfera angosciante e disturbante di una lunga vicenda di abusi e violenze domestiche.
Tutto inizia quando una donna, che dice di chiamarsi Lena, viene portata in ambulanza, insieme alla figlia, dopo essere stata vittima di un incidente stradale in una zona isolata nei pressi di Düsseldorf, in Germania: lei è in camicia da notte, la figlia Hannah in pigiama. Potrebbe trattarsi di Lena Beck, scomparsa tredici anni prima e mai più ritrovata; i genitori di Lena, però, chiamati immediatamente per un riconoscimento, negano che si tratti della figlia. Eppure, la misteriosa e giovane donna dice di essere proprio lei, Lena. Ancora più inquietante è il comportamento della dodicenne Hannah, quasi catatonica nelle movenze e nel modo di parlare: anche lei conferma che la donna vittima dell’incidente è la sua mamma, Lena, e che nel luogo da cui sono fuggite è rimasto anche il suo fratellino Jonathan. Tanto più che la ragazzina riconosce il padre di Lena senza alcun indugio, chiamandolo nonno, e affermando di averlo già incontrato almeno in una occasione. Alle indagini ufficiali si affiancano quelle di un poliziotto amico di famiglia, che da quando Lena è scomparsa non ha mai smesso di cercarla e finendo anche in depressione.
I sei episodi hanno la struttura classica della detection story, alternando il presente delle indagini e il passato della vicenda attraverso l’utilizzo di numerosi flashback: il rapitore, da cui Lena e Hannah sono fuggite (almeno, apparentemente…), le ha tenute rinchiuse in un appartamento isolato, privo di finestre, controllato da telecamere a circuito chiuso. L’uomo è uno squilibrato che desidera tutta per sé una famiglia perfetta e felice e che in tredici anni ha letteralmente disciplinato e soggiogato le menti e i corpi dei suoi “familiari” attraverso l’imposizione di regole ferree che vanno rispettate, pena durissime punizioni corporali. Non è possibile dire di più sul mistero dell’identità della donna fuggita, perché è il cuore dell’indagine e della risoluzione finale, per cui lasciamo allo spettatore il piacere (se così si può dire) di seguire la trama.
La mia prediletta è una storia sugli effetti nefasti e imprevedibili che le forme di disciplinamento sociale, qui metaforizzate dall’esigenza di controllo del rapitore, possono avere sulla psiche e sui comportamenti umani. Emblematico è il modo di presentarsi della piccola Hannah, figlia di uno stupro e nata in cattività come il fratellino Jonathan (e che, quindi, non conosce il mondo esterno), a chiunque le si presenti: esattamente come esigeva il Padre-rapitore quando rientrava a “casa”, la ragazzina tende immediatamente le mani, dorso e palmo, per mostrare di non nascondere alcun oggetto che possa nuocere. La vita nella “famiglia” si svolge, infatti, secondo ritmi e tempi scanditi con esattezza e rigore: sveglia, colazione, studio, pranzo, cena e sonno devono rispettare senza eccezioni gli orari stabiliti dal rapitore. Che condiziona a tal punto la mente di Hannah e della pseudo-Lena che quest’ultima, una volta fuggita e tornata ad una vita normale, si sente ancora soggetta a quelle regole (ha fame, ma attende che l’orologio passi dalle 18.59 alle 19.00 per addentare un panino; è già sveglia, ma attende che l’orologio scandisca le 07.00 per alzarsi dal letto): la voce del “marito”, che ha previsto un’eventuale fuga di Lena e ha pianificato le mosse successive, le risuona nella mente e la costringe a mentire agli inquirenti che la interrogano per depistare le indagini. La sua fuga insieme a Hannah non ha messo la parola fine alla vicenda: il rapitore sta organizzando una “riunione di famiglia” in una nuova casa, “dove torneremo ad essere una famiglia felice”, dice Hannah durante le battute finali della storia. Il senso del continuo ripetere tra sé e sé “Non ho sbagliato nulla. Sono una bambina grande” da parte di Hannah è l’unico indizio che lo spettatore ha in mano per tentare di dipanare il complicato filo della trama (Lena è Lena? O è Jasmin, come dice ad un certo punto? E quante “mamme” si sono alternate ad accudire Hannah e Jonathan nel corso di tredici, lunghissimi anni?), retto proprio dall’inconsapevolezza della bambina, suo malgrado irretita e plagiata in un gioco da adulti di cui è parte attiva ma di cui ignora l’orribile significato complessivo.
Un’altra storia di violenza al femminile (bravissime tutte le attrici) declinata attraverso la Famiglia, luogo caro al crime e all’horror, fonte inesauribile di segreti e orrori da tenere opportunamente ben celati da quattro mura. E, se serve, anche da un campo minato nel giardino di casa.
La mia prediletta (Liebes Kind), Germania 2023
Stagione 1 (ep.1-6)
Distribuzione: Netflix

